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  • ADOLESCENTI DEL TERZO MILLENIO, CONOSCERLI PER AMARLI

    ADOLESCENTI DEL TERZO MILLENIO, CONOSCERLI PER AMARLI

    Sempre più spesso siamo invasi da notizie di cronaca che ci comunicano dati allarmanti sul malessere dei giovani nella società odierna.

    L’età dei giovanissimi, coinvolti in eventi criminosi e disfunzionali, si abbassa sempre di più. Parliamo di spaccio, rapine, bullismo e cyberbullismo, sino ad arrivare all’induzione al suicidio, autolesionismo, disagio psichiatrico. Dal punto di vista sociologico, gli autori e le vittime di tali violenze non provengono esclusivamente da una specifica fascia della popolazione, quella più problematica; piuttosto, il fenomeno si estende trasversalmente a tutti i livelli sociali.

    Quando si riflette su questi temi, si tende spesso a concentrarsi sulla famiglia e sui genitori. Tuttavia, il fenomeno è più complesso e richiede una comprensione più approfondita del processo di crescita dei figli e dello sviluppo della società.

    Il ruolo della famiglia è estremamente influente alla nascita, ma tende a diminuire gradualmente man mano che i figli si avvicinano all’età adolescenziale. Questo periodo rappresenta la fase in cui i giovani dovrebbero cominciare a elaborare autonomamente le conoscenze acquisite fino a quel momento (regole, valori, competenze) e cominciare ad assumersi la responsabilità delle scelte che compiono e dei comportamenti che adottano. Tuttavia, sebbene il ruolo della famiglia sia fondamentale, non si possono attribuire ai genitori i comportamenti disfunzionali dei figli adolescenti.

    La responsabilità della famiglia è più accuratamente collegata alle carenze educative delle fasi precedenti che, quando presenti, non consentono la crescita e la maturazione psicologica e morale del ragazzo. Per questo motivo non è corretto associare semplicisticamente ai genitori la questione della responsabilità, che deve rimanere chiaramente attribuita ai giovani stessi. Può sembrare una dichiarazione contraddittoria e provocatoria, poiché i genitori effettivamente hanno la loro parte responsabilità. Tuttavia, tale affermazione contiene in sé la chiave per affrontare e compensare le fragilità dei figli e per correggere le nostre carenze educative.

    Riconoscendo ai giovani la loro crescita, gli permettiamo di assumersi la responsabilità dei propri successi e insuccessi, delle proprie debolezze e risorse. Nei percorsi di crescita regolari, li prepariamo per la vita futura; in quelli problematici, li supportiamo nella ripresa dalle cadute, favorendo l’apprendimento dagli errori commessi e promuovendo lo sviluppo di un atteggiamento più responsabile. Investendo in loro, esprimendo fiducia, perdonando gli errori e fornendo suggerimenti per migliorare, anziché giudicarli e sostituirli, offriamo loro l’opportunità di apprendere, di riflettere, di raggiungere obiettivi e di prendersi cura di sé e in seguito degli altri. In questo modo, recuperiamo il nostro ruolo di educatori, senza sostituirci a loro, ma riconoscendo il loro valore intrinseco.

    E ALLORA PERCHÉ, NONOSTANTE LE FAMIGLIE SI MUOVANO BENE SIN DALL’INIZIO O CORREGGANO IL TIRO STRADA FACENDO, LE COSE POSSONO NON ANDARE BENE LO STESSO?

    Gli studi sull’età evolutiva indicano che durante l’adolescenza, l’influenza dei pari rappresenta un fattore determinante per il comportamento dei giovani. Gli adolescenti sono particolarmente suscettibili all’influenza dei coetanei, a causa della loro maggiore sensibilità neurobiologica e della loro vulnerabilità al rifiuto sociale. È stato dimostrato che sono anche più propensi a correre rischi legali e sanitari, per evitare di essere rifiutati dal loro gruppo sociale. Ecco rivelata la causa di tanti comportamenti a rischio. Non dimentichiamo, inoltre, che il cervello degli adolescenti è ancora immaturo, dato che la corteccia prefrontale giunge a maturazione intorno ai vent’anni. Tale parte del cervello è responsabile: della regolazione delle emozioni, dei processi decisionali, della capacità di pianificazione per raggiungere obiettivi realistici, dell’organizzazione e delle competenze pro-sociali.

    In realtà, l’adolescente che cerca sé stesso allontanandosi gradualmente dai genitori, che si integra nel gruppo dei pari, che punta alla sua accettazione sociale e che sperimenta differenti comportamenti, sta seguendo un percorso di sviluppo naturale. Questo comportamento è sano, appropriato e conforme al processo evolutivo previsto.

    Un ragazzo che da bambino è stato sufficientemente educato:

    • alla gestione della frustrazione,
    • all’alfabetizzazione emotiva,
    • all’assunzione delle sue responsabilità, piccole da piccolo e sempre maggiori crescendo,
    • al rispetto degli altri,
    • alla collaborazione e a una sana competizione,
    • alla ricerca del senso della vita

    sarà maggiormente capace di muoversi nel mondo, senza fare gravi danni a sé stesso e agli altri. Lo farà sperimentando, sbagliando, imparando, per arrivare, infine ad affermarsi costruttivamente. Quindi, anche nella migliore delle ipotesi educative, il percorso dell’adolescente e dei suoi genitori non è lineare. Se a queste considerazioni, aggiungiamo ancora la variabile: influenza dei coetanei, ci rendiamo conto come è importante continuare a guidare i preadolescenti e gli adolescenti con regole condivise, limiti chiari e la capacità di risolvere i conflitti, imponendo restrizioni quando necessario.

    La grande influenzabilità dei giovani non parla necessariamente di fragilità caratteriale strutturale, ma più realisticamente di immaturità. Gli educatori devono metterla in conto come caratteristica fisiologica di questa fase evolutiva, relazionandosi in modo adulto ed educativo, e consentendo loro di assumersi la responsabilità delle conseguenze positive e negative delle proprie azioni. È solo sperimentando in prima persona, che si comprende profondamente, si elabora e si cresce. Quindi il percorso adolescenziale, realisticamente parlando, non sarà semplicemente positivo, ma turbolentemente positivo.

    L’adolescenza può essere vista come una fase di transizione critica, caratterizzata da fluttuazioni emotive, sfide e sviluppi significativi. Per facilitare il processo di crescita dall’infanzia all’età adulta, è essenziale comprendere e accettare questo percorso. Essere preparati psicologicamente e sostenere adeguatamente i giovani può rendere la maturazione più agevole e accelerare l’acquisizione di autonomia, pensiero critico e responsabilità.

    Il rapporto affettivo tra genitore e figlio si intensifica durante questa fase. Tuttavia, è fondamentale che il genitore mantenga un ruolo adeguato, evitando di assumere funzioni non appropriate come quella dell’amico, dello psicologo o dell’avvocato. Il genitore deve stabilire regole chiare, offrire fiducia, dialogare e condividere esperienze, fornendo spiegazioni sui comportamenti che conducono al successo o al fallimento. Deve inoltre perdonare, insegnare e permettere al giovane di sperimentare autonomamente, avendo fiducia nelle sue capacità. Questo approccio favorisce una crescita costruttiva sia per il genitore che per il figlio, superando le difficoltà tipiche dell’adolescenza.

  • DALLA SOLITUDINE ALLA CONDIVISIONE. LA CURA EFFICACE ALLE NOSTRE PAURE. A cura di Monica Rebuffo

    Se vogliamo comprendere il motivo secondo il quale, alcune persone si riferiscono alla solitudine come a uno stato di grazia, mentre altre la percepiscono come uno stato di malessere, dobbiamo conoscere il diverso percorso di queste due generiche categorie di persone.  Possiamo dire che esistono due diversi tipi di solitudine.

    La solitudine bella, intesa come la sensazione di essere soli, ma non sentirsi soli, perché ci si percepisce in compagnia di sé stessi. Accade quando crescendo impariamo a prenderci cura di noi, anche attraverso la riflessione e il dialogo. Questo ci consente di affrancarci dall’impulsività e dall’idealismo dell’adolescenza e di entrare a pieno titolo imperfetto, nel mondo degli adulti.

    La solitudine brutta, intesa come isolamento sociale, nel quale siamo soli e ci sentiamo soli. È una condizione di abbandono, di malessere che può predisporre ad alcune patologie e che colpisce le persone vulnerabili (anziani, malati, separati, lutti) che riescono meno di altre, a rispondere agli eventi avversi della vita.

    Il sintomo principale di questo malessere è rappresentato dalla TRASCURATEZZA, intesa come incapacità di ascoltare, dialogare e prendersi cura di sé. 

    Perché accade questo?

    Quando facciamo fatica ad affrontare e dare un significato ai conflitti irrisolti, alle paure, alle rabbie, alle frustrazioni della nostra vita, tutto questo materiale emotivo non digerito, rimane imprigionato dentro di noi e ci condiziona. Pertanto, metterci in ascolto, significa ricollegarci ai dolori e ai problemi che non siamo stati capaci, né di accettare, né di lasciare andare. Ecco che paradossalmente ci tuteliamo non ascoltandoci. Purtroppo, questa finta terapia, ci fa allontanare sempre di più da noi stessi, versandoci in uno stato di isolamento e di insicurezza.

    Madre Teresa di Calcutta, ci ricordava come il vero disagio dell’occidente non fosse la peste, la lebbra o la tubercolosi, ma l’incapacità di sentirsi amati, valorizzati, apprezzati e connessi con sé stessi e con gli altri.

    È proprio in questa incapacità che si gioca la partita tra la solitudine bella, che ci permette di crescere, di affrontare i problemi e di maturare le nostre parti adulte, coltivando la salute fisica e mentale e la solitudine brutta, che ci fa ammalare nel corpo e nella mente.

    Per colmare questa incapacità, dovremmo riuscire ad abbandonare il nostro isolamento, chiedendo ascolto ed accoglienza. Ma affinché questa richiesta di aiuto sia fruttuosa, è fondamentale che sia impregnata di empatia, comprensione e disponibilità, da parte di chi fornisce questo soccorso.

    Ecco che la condivisione diventa la strada per superare la solitudine, ma solo ed esclusivamente se la persona in difficoltà è in una apertura capace di ricevere e di lasciarsi aiutare e se chi aiuta ha un atteggiamento di autentico bene e interesse per l’altro.

    Seguendo l’insegnamento della vita, comprendiamo come l’amore sia l’unica risposta alla solitudine. L’amore gratuito di chi dona e l’amore di gratitudine di chi riceve. Sono ambedue competenze che se esercitate, allenano entrambe le parti alla crescita. Chi dona ha la stessa dignità di chi riceve, ma un diverso percorso. L’uno aiuta l’altro a migliorarsi e a crescere. Ognuno secondo la propria vocazione e secondo il proprio cammino di vita, rispetto al quale non siamo chiamati a giudicare, ma a fare la nostra parte di amore.

  • BISOGNO DI MATERNITA’ a cura di Monica Rebuffo

    BISOGNO DI MATERNITA’ a cura di Monica Rebuffo

    La maternità non è un processo lineare, garantito dalla natura e dall’istinto, ma è un evento che racchiude in sé la complessità e la conflittualità che è propria di ogni vita e di ogni vita che si incontra.

    Desiderio per la psicologia è la forma umana del bisogno di sopravvivere e procreare che esiste in ogni essere vivente. Il desiderio a differenza del bisogno istintuale, vuole essere riconosciuto ancor prima che appagato; solo così può tradursi in ambizione consapevole e rendere quel genitore adulto.

    Credo di poter dire, senza timori di smentita, che il desiderio di maternità sia proprio delle madri, mentre il bisogno di maternità sia proprio dei figli.

    Tutti noi siamo figli. Siamo figli di un grembo che ci ha generato e di un seme che ci ha definito nel nostro genere. Siamo figli dell’uomo e siamo figli di Dio. E in quanto figli abbiamo bisogno di quella relazione col creatore/Creatore, per esistere e per divenire pienamente noi stessi.

    Ecco che il significato di quella parola “bisogno” comincia a chiarirsi spontaneamente. 

    È in quella relazione che si manifesta il bisogno. È di quella relazione che si ha bisogno.

    Può essere una relazione qualsiasi? No. Deve essere una relazione d’amore. Perché al di là della sopravvivenza fisica – aspetto importantissimo, ma sul quale non ci soffermeremo nella nostra riflessione – esiste una persona che è altro oltre al corpo. È emozioni, pensiero, anima. E sono proprio queste dimensioni che chiedono attenzione, nutrimento e rispetto. Sono proprio queste grandezze che necessitano di un materno che si prenda cura e che faccia crescere.

    Tutto questo richiede intenzionalità della madre e capacità di farsi da parte con il proprio ego. Richiede la necessità di uscire dalla relazione chiusa e narcisistica che ci sollecita questa nostra epoca, per continuare ad essere quel grembo che nutre e accompagna, anche dopo i nove mesi di gestazione. Richiede la capacità di   essere al servizio di un’altra vita, senza che questo la faccia sentire sminuita o sacrificata.  Tutto questo è prezioso e importante per il figlio, tanto quanto per la madre, che continua a crescere con lui.

    Ecco allora che il bisogno di maternità del figlio, quando esaudito, centuplica gli effetti positivi della cura della madre, divenendo crescita anche per lei e per gli altri rapporti che quella madre intesse nel mondo.

  • I capricci dei bambini. Leggerli e gestirli

    I capricci dei bambini. Leggerli e gestirli

    I capricci
    leggerli e gestirli

    Ad uno sguardo superficiale, il capriccio appare come un atteggiamento bizzarro, irragionevole e spesso illogico del bambino. Rappresenta la manifestazione della non accettazione del volere di un adulto o di un coetaneo, poiché tale richiesta va in direzione opposta alla sua.
    Un bambino capriccioso diventa un bambino ingombrante, rumoroso, che spesso ostacola con la propria opposizione bizzarra e ostinata il fluire della vita dell’adulto.
    Un bambino capriccioso però, può manifestare il proprio ingombro anche attraverso il silenzio, il non ascolto e la fermezza delle proprie posizioni.

    Se facciamo lo sforzo di ascoltare più profondamente il bambino, ci accorgeremo che ogni capriccio è un comportamento che viene attivato da un bisogno specifico e il modo più utile e funzionale all’eliminazione di questo atteggiamento, sia per il bambino, che per il genitore, sta nel comprendere e facilitare questo bisogno che sta alla base.

    Possiamo provare a raggruppare in tre grandi categorie le motivazioni e i bisogni che attivano singoli comportamenti o strutturano abituali atteggiamenti dei bambini.

    1.Il naturale passaggio per giungere all’accettazione di una frustrazione
    Quanti genitori hanno sofferto, ai giardini o al supermercato, quando il loro angioletto si rotolava per terra, urlando sotto lo sguardo pieno di riprovazione degli altri.
    Eppure la collera è una reazione naturale e sana di fronte alla frustrazione. Quando un bambino si adira perchè non può avere qualcosa, la sua emozione gli permette di ritrovare il suo equilibrio e di accettare la frustrazione.
    A volte, noi genitori ci sentiamo esasperati, quando abbiamo spiegato ai nostri figli, che una certa cosa è assolutamente impossibile, ma loro si arrabbiano ugualmente.
    Le tappe che consentono al bambino di giungere all’accettazione di una frustrazione sono:
    1. la negazione
    2. la collera ….. quella che noi chiamiamo CAPRICCIO
    3. la contrattazione
    4. la tristezza
    5. l’accettazione
    L’accettazione della frustrazione, passa attraverso la collera.
    La frustrazione, se è moderata, è costruttiva. Fortunatamente, è impossibile soddisfare sempre un figlio. Può accadere che i negozi siano chiusi, che non si abbiano più gelati nel congelatore, che la mamma esca di casa per andare al lavoro, che l’amico sia dai nonni, …..
    Una certa dose di frustrazione è inevitabile ed è anche utile, a condizione che le emozioni, e in particolare la collera del bambino, vengano capite.
    Al contrario una frustrazione ingiusta, arbitraria o troppo grande può invece rivelarsi distruttiva.
    La sequenza che deve riprodursi più frequentemente affinchè un bambino si senta amato è:
    bisogno – richiesta – soddisfazione

    Quando le sue richieste non possono essere soddisfatte, allora è fondamentale che venga sempre capita la sua collera.
    La collera è un qualcosa di sano e positivo, è l’affermazione di sè dinnanzi all’altro; è la precisazione dei confini da non oltrepassare; è il rifiuto di ciò che fa soffrire. Dato che non sappiamo gestire la collera, scivoliamo spesso nella violenza. La violenza, è molto diversa dalla collera, perchè si rivolge contro l’altro. Perchè accusa, cerca di ferire e di distruggere.
    Pertanto, la collera è uno strumento per gestire la frustrazione e non deve essere eliminata, ma vissuta e superata.
    Esistono dunque collere sane, non violente, costruttive e collere eccessive, violente, distruttrici. Le prime devono essere ascoltate, le seconde decifrate. Tutte devono essere rispettate, poichè tutte indicano un bisogno.
    Quando l’aggressività sembra gratuita e senza scopo, lo scopo deve essere cercato un pò più lontano.
    Quando gli attacchi di collera sono numerosi o eccessivi, si tratta:
     di un accumulo di tensioni
     di una collera che ha per oggetto qualcos’altro
     dell’espressione di una collera inconscia o inespressa di un genitore
     di un’altra emozione (paura, tristezza) camuffata sotto forma di collera, perchè l’espressione dell’emozione autentica è impossibile o vietata.
    La risposta più funzionale alla manifestazione di un momento di collera la troviamo: nell’ascolto, nel rispetto e nell’empatia.

    2.La manifestazione di un disagio
    Il disagio, può essere definito come un fastidio, un imbarazzo, una scomodità, una molestia, un bisogno, una privazione.
    Quindi, una persona a disagio, è certamente una persona che attiva una serie di difese, per comunicare la sua fatica, e al tempo stesso, ritrovare il suo equilibrio, e la sua serenità.
    Quindi, è una persona che, speso inconsapevolmente, attiva una serie di comportamenti fastidiosi, per attirare l’attenzione su di sé, e paradossalmente, chiedere aiuto, per dare risposta ai suoi bisogni o alle sue paure.

    3.La fatica a gestire la frustrazione
    La frustrazione, rappresenta nell’immaginario collettivo, qualcosa a cui sfuggire, quasi il simbolo di scelte e investimenti sbagliati o inopportuni. Una persona frustrata, non è felice perché non si sente realizzata, nè appagata.
    In realtà nella vita di tutti i giorni, ognuno di noi si imbatte frequentemente in limiti esterni o interni, che gli impediscono di raggiungere obiettivi, mete o semplicemente di portare a temine azioni del quotidiano.
    La reazione emotiva a questa esperienza, è la FRUSTRAZIONE.
    La frustrazione non è necessariamente uno stato della persona, e può diventare un’indicazione di percorso. A volte, può indicare la necessità di imparare a tollerare un certo tempo, prima di ottenere risposte o successi; altre volte, può essere espressione di obiettivi o mete non raggiunte, a causa di nostri limiti interni (fragilità, valutazioni sbagliate) o esterni (sfortuna, impedimenti fisici, ecc.).
    Quindi, parlando dei nostri figli, diventa importante: allenarli ad accettare la frustrazione e a crescere su tali impedimenti, sfruttando le occasioni che la vita ci propone. Senza drammatizzare!
    In un certo senso, la frustrazione è indispensabile per farci crescere. Crescere nella vita, ma crescere anche nelle nostre capacità e nell’acquisizione di nuove competenze.
    Solo se diventiamo, giorno per giorno, sempre più capaci di sopportare un po’ di fastidio o fatica, rispetto alle cose che ci va di imparare, riusciremo ad apprenderle e a migliorarci sempre più.

    Se non avessi sopportato la fatica e il fastidio di cadere,
    non avrei mai imparato ad andare in bicicletta.

    Se non avessi sopportato la fatica e il fastidio di andare 3 volte la settimana per due ore in bicicletta,
    non sarei diventato corridore junior.

    Se non avessi sopportato la fatica e il fastidio di perdere qualche gara, non sarei mai diventato anche vincente.

  • COVID-19 e Salute Mentale

    COVID-19 e Salute Mentale

    Intervista con la dott.ssa Rebuffo Monica

    Condotta da Federica Novelli Presidente dell’Associazione Genitori Attivi

    Domande di interesse psicologico emerse dal sondaggio coi propri associati AGA

    Che cosa ci lascerà psicologicamente tutto questo? Quali danni?

    Il momento che stiamo vivendo, è davvero pesante. Per alcuni più sfortunati, anche fisicamente; per tutti, senz’altro psicologicamente. Questo virus ci ha posto davanti il tema della nostra oggettiva fragilità, della nostra piccolezza e della morte. Ha azzerato in nano secondi tutte le differenze sociali, culturali e di razza. Ha bandito, per sopravvivenza, l’individualismo, richiamandoci ad un senso di comunità e di solidarietà, di accettazione della nostra oggettiva fragilità. Tutto questo ci allontana dal delirio di onnipotenza e di dominio, che la nostra società consumistica e narcisistica ci aveva abituato, fino a qualche settimana fa.

    Se saremo in grado di cogliere questa provocazione, lavorando sul senso di realtà e sull’accettazione dei nostri limiti, allora ne usciremo cresciuti, più consapevoli e adulti e la nostra vita si rimodulerà principalmente su valori collaborativi e di rispetto degli altri.

    Se non saremo in grado di cogliere questa provocazione, e subiremo passivamente il bombardamento stressogeno del pericolo, allora probabilmente matureremo sintomi legati all’ansia, all’irritabilità, all’insonnia e alla depressione e potremmo anche sviluppare un disturbo post traumatico da stress.

     Che futuro ci aspetta? La vita tornerà normale?

    Precedenti ricerche condotte per la quarantena dovuta alla SARS, in Australia e a Taiwan, mostrano come 4 settimane di quarantena bastino a generare nel 28% dei soggetti, sintomi da stress post traumatico.

    Lo stesso studio ci dice che 3 anni dopo la fine della quarantena, il 10% dei soggetti sottoposti al provvedimento dimostravano sintomi di depressione acuta, legati al trauma non curato del periodo dell’isolamento.

    La percentuale di danni psicologici, a carico del personale medico ed infermieristico, è naturalmente ancora più alta, arrivando addirittura al 34 %.

    Affinché la vita ritorni “normale”, e non ci faccia scivolare in sindromi psichiche, e necessario elaborare quello che stiamo vivendo. È indispensabile affrontare, da soli o con l’aiuto di professionisti del settore, i vissuti e le paure traumatiche che abbiamo provato. Più direttamente o marginalmente.

    Se dovessi far riferimento ad un termine, da utilizzare in questa situazione, che può fungere da spartiacque tra un atteggiamento costruttivo e uno meno costruttivo, userei la parola ATTIVO.

    Noi dovremmo vivere questo isolamento, non in modo passivo, come se fossimo in attesa di qualcosa, ma in modo ATTIVO, abitando il nostro tempo e il nostro spazio. Come? Riscoprendo la propria creatività, i propri sogni, l’entusiasmo nel fare le cose. Non si tratta di dover mettere in campo grossi progetti. Per esempio, potremmo impegnarci nell’apprendimento di qualcosa che ci è sempre piaciuto, ma non abbiamo mai avuto tempo da dedicargli. Può essere davvero qualsiasi cosa. Dall’apprendimento di una lingua straniera, facendo un corso online. Al cimentarsi nella cucina. All’improvvisarsi agricoltori o floricoltori sul balcone, facendosi una cultura sulle orchidee, ecc… Qualsiasi cosa ci venga in mente, diventa per noi un’ottima medicina naturale che:

    • ci distrae dal pensiero fisso della pandemia e dalla paura del contagio
    • ci permette di investire pensiero e concentrazione, in una “creazione” … cioè nell’acquisizione di una qualche competenza, che prima in noi non c’era. Questo potrebbe sprigionare vissuti positivi e magari divertenti, a discapito della paura e del panico. In questo modo, attiveremo la nostra GENERATIVITA’ creativa. La nostra capacità di generare vita, nelle idee, nelle competenze, nei progetti … non male in questo momento di paura e di morte!
    • ci pone in un atteggiamento attivo. Avete presente la famosa “goccia nel mare”? Ecco ognuno di noi, non è chiamato a salvare il mare, ma a portare la propria piccola goccia, che si traduce:
    • nella tutela della salute fisica: in un atteggiamento rispettoso delle norme messe in campo;
    • nella tutela della salute psicologica: in un atteggiamento attivo e propositivo.

    Come affrontare l’angoscia e gli stati di panico?

    In questo periodo, così come in tutti i momenti in cui viviamo situazioni di stress o di timore per qualcosa di spaventoso che sta capitando nella nostra vita, è importante imparare a gestire la propria reazione emotiva. Come farlo?

    1. In assoluto, la prima medicina naturale conosciuta e praticata da tutti, è la RESPIRAZIONE. Così imparare a respirare in modo consapevole e profondo riportando l’attenzione su di noi, e appoggiando la nostra paura anche sul corpo, è senz’altro qualcosa di molto, molto utile ed efficace. A questo proposito è possibile scaricare da youtube qualche video che spieghi come praticarla in modo semplice e consapevole.
    2. In linea con questo suggerimento, invito anche alla pratica di semplici esercizi di rilassamento, che facilitino la giusta distanza dalle paure, aiutandoci a non amplificarle.
    3. E ancora, mettiamo a fuoco, quanto sia fondamentale imparare a riappropriarci della consapevolezza del qui ed ora, lasciandoci coinvolgere completamente in quello che stiamo facendo. Per essere presenti nel qui ed ora è importante lasciarsi guidare dai propri sensi, abitando il tempo e non rincorrendolo. Per esempio, se pulisco il fornello, utilizzo tutti i miei sensi coinvolti nell’esperienza, vista, odorato, tatto, udito, per essere davvero presente nella realtà, e non distratta dai miei pensieri e dal mio rimuginare. E così, se guardo un film o leggo un libro, mi sforzo di entrare nella storia lasciandomi coinvolgere completamente…
    4. Quando però l’ansia e l’angoscia ci assalgono, e nonostante i nostri tentativi, fatichiamo a tenerle a bada, è bene rivolgersi al proprio medico di base, che ci guiderà, suggerendoci il supporto farmacologico più adeguato alla nostra situazione.

     Aumenterà la depressione nella popolazione?

    Certamente potrebbe succedere.

    Per questo è importante, se non riusciamo a prevenirla, almeno non trascurarla, chiedendo aiuto precocemente, senza vergognarsi di nulla e senza giudicarsi. Dobbiamo essere consapevoli che forse la più grande conquista di questo momento epocale di crisi mondiale, attivato dal coronavirus, è la consapevolezza della nostra umana fragilità, più ne prendiamo coscienza come elemento oggettivo e liberatorio di realtà, più saremo in pace con noi stessi, in equilibrio e fuori dai sintomi!

     Il rapporto con gli altri ci porterà ad essere più diffidenti per paura del contagio?

    Anche questo è possibile. Succederà, se noi continueremo a gestire la realtà, solamente attraverso il controllo esterno. Chiedendo solo agli altri di tutelarci, attraverso i loro comportamenti e il loro senso di responsabilità.

    Se invece questa esperienza, attiverà in noi un momento di crescita, grazie al quale, impareremo a chiedere anche a noi stessi, di fare la nostra parte attiva, allora più che la PAURA di essere contagiati, vivremo la TRANQUILLITA’ nella nostra prudenza.

    Naturalmente la responsabilità degli altri, abbinata alla nostra, rappresenta l’antidoto più efficace, contro possibili sindromi ansiose e atteggiamenti di chiusura sociale.

    Quali segni di disagio potremo sviluppare ora o nel prossimo futuro, noi e i nostri figli?

    I sintomi che possiamo manifestare, come già anticipato, sono quelli legati all’ansia, al nervosismo, allo stress, alla depressione. Rispetto ai quali è importante chiedere aiuto, affinché non si intensifichino, spingendoci verso un malessere più grande. Quando i sintomi sono acuti può essere importante anche un supporto farmacologico. Ma sicuramente al di fuori del momento acuto, è fondamentale che la persona impari a decifrare e gestire le proprie reazioni emotive, attraverso un percorso di psicoterapia. Allora il malessere può diventare una importante occasione di crescita della persona.

    Perché molta gente si comporta in maniera sconsiderata?

    Questo succede per motivi diversi che hanno a che fare con la nostra maturità di persone e col nostro equilibrio mentale.

    Ci sono persone che deliberatamente sfidano i divieti e le norme, non solo in periodo di coronavirus, e lo fanno: per attirare l’attenzione; per un atteggiamento antisociale; per un atteggiamento autolesionista …

    Dall’altra parte, ci sono persone così spaventate, che per gestire la loro ansia processano in maniera diversa la realtà semplificandola, e quindi sottovalutando i pericoli.

    Mentre i primi usano in modo strumentale una fragilità sociale, per propri bisogni personali.

    I secondi cercano di stare a galla, cercando di gestire le proprie paure. Purtroppo però, lo fanno in modo insufficiente, manipolando a loro volta inconsapevolmente la realtà.

  • IL PANICO a cura di Monica Rebuffo


    Il panico è una reazione che sorge in maniera acuta ed è caratterizzata da improvviso sentimento di paura, associato a tachicardia, sudorazione, difficoltà a respirare, sensazione di confusione mentale e di svenimento.
    Sorge in modo inaspettato, spesso senza che sia possibile identificare alcun evento scatenante, raggiungendo il picco massimo nel giro di dieci minuti.
    Il timore immediato della persona è quello di morire. Anche se in realtà, sotto il profilo fisico, non emerge nessuna compromissione reale, degli organi associati ai sintomi:

    Cuore > palpitazioni
    Gola > soffocamento
    Testa > confusione mentale

    Il disagio si esaurisce del tutto, nel giro di mezz’ora al massimo, ma la sua intensità è tale, che è possibile rimanere sfiniti anche per giorni interi.
    Il significato profondo di una crisi di panico, è quello di incanalare tutti i nostri disagi esistenziali e dar loro voce, per evitare che si trasformino in qualcosa di più grave, come una malattia fisica.
    In questo modo, diamo sfogo ad una grande carica di energia, spesso negativa, che giace dentro di noi e la mobilizziamo, evitando di somatizzarla.
    Il fatto di accumulare molte tensioni e disagi, è tipico delle persone che hanno un grande timore del cambiamento e che non sono disponibili a lasciarsi trasformare, dal fisiologico trasformarsi della vita, delle persone, degli eventi. Al contrario, esse tendono ad “ingessare” emozioni, ruoli, rapporti. Devono tenere tutto rigidamente sotto controllo, al servizio di ideali e moralismi.


    Ecco allora che l’attacco di panico, con le sue caratteristiche di: improvviso, inaspettato, sconvolgente e acuto, “fulmine a ciel sereno”, sconquassa quel rigido e soffocante meccanismo, di apparente calma piatta. Così facendo: 1. offre l’occasione, di rivedere quelle scelte di vita e quei modi di essere, che travolgono e soffocano i nostri desideri più intimi
    2. consente (se siamo disponibili a riconoscere la provocazione che ci lancia), di rimuovere quel gesso sotto il quale palpitano desideri, passioni, emozioni, che spesso costringiamo in un’immagine rigida: l’ideale di noi.


    Non è sano ingabbiare le emozioni, perché con esse viene ingabbiata anche la nostra energia vitale.
    Tuttavia, non è sempre facile arrivare da soli ad una maggiore chiarezza interiore, allora, possiamo ricorrere ad un supporto psicologico, oppure a tecniche di rilassamento, che ci potranno consentire di superare il disagio emotivo e ci insegneranno, come raggiungere un maggior controllo in modo autonomo.


    ED IO SO VIVERE DANDO VOCE ANCHE AI MIEI DISAGI?

  • L’ANSIA a cura di Monica Rebuffo


    L’ansia è una spinta all’azione, all’esplorazione, alla ricerca, è un sentimento comune e universale che ognuno di noi può provare, soprattutto in particolari momenti. E’ proprio l’ansia di conoscere e di imparare, che ci fa diventare più competitivi, che accresce la nostra cultura e le nostre capacità.

    L’ansia, è anche un meccanismo di sopravvivenza costituito da risposte automatiche, corporee e mentali, che ogni animale, uomo compreso, sviluppa di fronte a situazioni di minaccia, di pericolo, di conflitto, che lo aiutano a reagire nella maniera migliore. Per esempio, alla luce di questo meccanismo si spiega quello che, nel gergo comune, viene definito “sangue freddo”. Atteggiamento che molte persone scoprono di possedere in situazioni di emergenza e pericolo.

    Tuttavia, quando questo meccanismo si spinge oltre i limiti che separano, l’azione stimolante da quella inibitrice, esso finisce per diventare patologico. L’ansia diventa allora uno stato d’animo penoso, sempre accompagnato da manifestazioni corporee (tachicardia, oppressione toracica, cefalee, spasmi gastrici, eccetera) e mentali (agitazione,) che a volte compromettono, in modo davvero significativo, la qualità di vita della persona.

    Il tipico paziente ansioso, vive sempre in bilico, accompagnato dal terrore costante di cadere, da un momento all’altro. Il disagio, è la sensazione tipica e costante, che lo accompagna e lo caratterizza. Questa situazione di allerta e paura, spinge la persona all’amplificazione dei suoi vissuti interni, e diminuisce la capacità di ascolto e correzione, che la realtà esterna gli restituirebbe.

    La preoccupazione costante, del pericolo della malattia o della disgrazia, lo rinforza nei meccanismi castranti dell’evitamento. La persona, interrompe così, il sano e produttivo processo di investimento nella vita, che è per definizione crescita e cambiamento, rimanendo incastrato nella ricerca di una omeostasi illusoria. Tutto fermo e cristallizzato.

    Ecco allora che l’ansia, fisiologicamente percepita come meccanismo funzionale alla crescita, quando diventa eccessiva e non accettata si trasforma nel suo opposto, diventando così cristallizzazione e rigidità.


    ED IO, SONO CAPACE A NON AMPLIFICARE I MIEI VISSUTI INTERNI, RIMANENDO IN CONTATTO CON LA REALTA’?

  • VIOLENZA SULLE DONNE. L’amore malato. A cura di Monica Rebuffo

    Sono dati allarmanti e sconvolgenti, quelli che riguardano i primi 10 mesi del 2018, 106 femminicidi, uno ogni 72 ore. Sono 3100 le donne uccise dal 2000 ad oggi, più di 3 donne a settimana. Questo è quanto emerso dal rapporto EURES, in vista della giornata internazionale della violenza sulle donne, il 25 Novembre. I femminicidi rappresentano il 37,6% del totale degli omicidi commessi, nel nostro paese, erano 34,8 % l’anno prima.

    Questo tipo di abusi, è compiuto nella maggior parte dei casi, dall’attuale o dal precedente compagno, che pur non essendo riuscito a contribuire alla costruzione di un rapporto sentimentale adulto e soddisfacente, non riesce comunque ad accettarne la fine e agisce violentemente la sua rabbia e la sua frustrazione. Lo fa, scaricandola fisicamente sulla donna ed esercitando, in questo modo, il suo potere fisico distruttivo.

    Oltre al femminicidio, che rappresenta l’apoteosi di ogni violenza, le donne subiscono, ancora più frequentemente, anche atri tipi di violazione:

    • Violenza psicologica . E’ un delitto commesso da chi usa in modo illecito la propria forza psicologica, il proprio ruolo o la propria autorità, svalutando, ridicolizzando o umiliando l’altro, per emergere o per sottomettere. E’ un modo violento di esercitare il potere.
    • Violenza fisica. E’ un delitto commesso da chi usa in modo illecito la propria forza fisica, per imporre le proprie idee o per scaricare la propria frustrazione e fragilità. Caratteristica prototipica del violento, è quella di farsi grande coi piccoli e forte coi deboli.
    • Violenza sessuale. È un delitto commesso da chi usa in modo illecito la propria forza e la propria autorità, costringendo con atti di prevaricazione o minaccia, a compiere o subire comportamenti sessuali contro la propria volontà. Nel caso in cui l’atto sessuale subito, riguardi un rapporto sessuale completo, la violenza sessuale diventa VIOLENZA CARNALE.
    • Stalking. E’ una serie di atteggiamenti tenuti da un individuo, che affliggono un’altra persona, perseguitandola, generandole stati di paura e ansia, arrivando sino a compromettere lo svolgimento della normale vita quotidiana.

    La domanda che ci sorge spontanea di fronte a queste situazioni, è quella di chiederci il perché tante donne, subiscono a lungo queste relazioni, senza sottrarsi a queste violenze? Perché perdonano irrazionalmente ed illusoriamente questi uomini, palesemente problematici e malati? Chiaramente bugiardi e fragili. Incapaci di modificare i loro comportamenti, perché frutto di disagi e immaturità mai colmate.

    La risposta forse, risiede nei medesimi motivi. Anche il “motore di vita” di queste donne, è impregnato di paura, di sottomissione, di debolezza, di insicurezza, di dipendenza, di svalutazione, di idealismo e di incoerenza. Anche queste donne, hanno mille fragilità e immaturità. Per questo motivo, non riescono a fare la scelta giusta … o forse sarebbe meglio dire la scelta “sana”. Per questo, non riescono ad esercitare una forza di volontà, che le accompagnerebbe fuori da questi “amori malati”.

    Probabilmente, il percorso di crescita di questi uomini e di queste donne, è stato colmo di adulti, che non hanno saputo fare gli Adulti e non li hanno accompagnati, in un sufficiente percorso educativo di maturazione.

    L’Adulto parte da se stesso, per migliorare, non dall’altro. Comincia lui a cambiare e a crescere, non si mette sul piedistallo puntando il dito.

    L’Adulto, possiede senz’altro la capacità di ascoltarsi, di conoscersi e di mettersi in gioco. E’ in grado di chiedere scusa e di riconoscere i propri errori e i propri difetti, imparando addirittura ad amarsi attraverso le sue imperfezioni.

    L’Adulto che ascolta … insegnerà a palare

    L’Adulto che rispetta … insegnerà il valore delle persone

    L’Adulto che sbaglia riconoscendolo … insegnerà a perdonare

    …..

    L’adulto che non sa fare nessuna di queste cose, non è ancora adulto, indipendentemente dall’età che possiede, e insegnerà ai suoi bambini e ai suoi giovani … la sua immaturità, la sua impulsività, l’irrazionalità, la frustrazione, la svalutazione e la paura di non farcela.

    Tutti questi “insegnamenti” nei maschi, diventeranno tendenza all’AGGRESSIVITÀ e nelle femmine, diventeranno tendenza alla SOTTOMISSIONE.

    Ed io che Adulto sono?

  • L’ADOLESCENZA. LA FATICA E LA SCOPERTA DEL CRESCERE. A cura di Monica Rebuffo

    Francesca, ad un certo punto, con mamma non si è trovata più. Non è successo nulla, ma la sua stessa presenza le da fastidio. I suoi interventi anche se vogliono essere affettuosi, sono insopportabili. Francesca cerca dei pretesti per mettersi contro la mamma; non è sempre facile, ma è come se ne avesse bisogno. Che brutto avere una madre in gamba a cui tutti danno ragione! Francesca cerca ora persone diverse da quelle di casa, gente della sua età, forse anche adulti, ma fuori casa.

    Da un po’ di tempo Cristina si domanda cosa voglia dire essere se stessa. Risolve il problema un po’ comportandosi all’opposto di come si comportava prima e un po’ facendo il contrario di quello che le dicono. Non si piace più, né quando si guarda allo specchio (e si guarda sempre più spesso), né quando si sente osservata dagli altri (e le sembra che tutti la osservino). Le succede di sentirsi diversa a seconda dell’ambiente: a scuola, ai giardini, con il gruppo, con l’amica preferita. Le da fastidio per esempio che sua mamma entri in camera e si fermi a parlare quando ci sono le sue amiche. In un momento di calma Cristina si è domandata il perché di tutti questi suoi nuovi atteggiamenti. Il perché si sente di più se stessa, quando i suoi genitori non sono presenti.

    Francesca e Cristina, mostrano la propria incertezza di fronte alla crescita e al cambiamento. Ma l’incertezza dei nostri ragazzi, è la nostra stessa incertezza, di fronte al vivere della società. Tutti vorremmo poter stare tranquillamente in mezzo agli altri, ma nello stesso tempo abbiamo i nostri timori. Di non essere accettati, di non essere capiti, di essere derisi quando mostriamo il nostro vero volto.

    La nostra paura, è tanto maggiore, quanto meno ci conosciamo, ci accettiamo, ci amiamo. Le persone che hanno ben chiaro che cosa vogliono fare della loro vita, come vogliono gestirsi, quale progetto perseguire, non si vergognano di quello che pensano o fanno e riescono a sostenere con maggiore facilità i propri punti di vista, anche di fronte a opinioni contrarie. Chi persegue un progetto, si sente utile e quindi si stima: perciò non ha paura di mostrarsi in mezzo agli altri e generalmente, pensa di essere ben accolto.

    Spesso i nostri ragazzi per differenziarsi dagli adulti, per sentirsi unici, per dimostrare che non sono più bambini, tendono a mettere in atto comportamenti oppositivi e provocatori. In realtà il loro fine ultimo, che neppure loro conoscono, è quello di scoprire chi sono e come sono fatti.

    Ma come fare per conoscersi?

    Ci sono tanti modi, ma forse il migliore è quello di vivere in mezzo agli altri; per questo anche il gruppo è di grande aiuto. Anzi è uno strumento indispensabile nell’adolescenza. Nel gruppo i nostri ragazzi imparano a veder come sono realmente e come reagiscono di fronte all’amico, al meno amico, alle persone diverse. Nel gruppo hanno la possibilità di incontrarsi nella realtà.

    Nella fantasia, possono immaginare di essere le persone più generose del mondo, ma è solo vivendo in mezzo agli altri, che si rendono conto se davvero sono capaci di essere generosi.

    Nella fantasia possono essere dei conquistatori, ma solo nella realtà, si rendono conto se sono timidi o disinvolti.

    Nella fantasia possono dire a se stessi che d’ora in avanti saranno diversi, ma è nella realtà che si accorgono se hanno il coraggio e/o la capacità, di portare qualche piccolo cambiamento nella loro vita.

    Tutti abbiamo la forza di crescere, purchè ci sia chiaro il nostro percorso e venga messa in conto un po’ di sana pazienza! E già neppure Dio ha fatto il mondo in un colpo solo e di sicuro non perché non ne era in grado, forse voleva insegnarci qualcosa a proposito del tempo e della maturazione, dell’attesa e del godimento giorno per giorno.

    La solitudine è un altro modo per conoscersi.

    Ma è una soluzione che ci fa crescere?

    Quando non ci si confronta con gli altri, si soffre meno per le sconfitte, però si gode anche di meno dei successi, si vive nella fantasticheria e si rinuncia a riconoscersi nella realtà. A volte i nostri ragazzi sono tentati da questo, perché nell’immediato è più facile.

    Questo tipo di isolamento nulla ha a che fare con il dialogo che ognuno di noi ha con se stesso e che certamente presuppone attimi di solitudine. Quella riflessività, ci consente un’autonomia mentale ed emotiva e diventa espressione della nostra unicità..

    Vivendo con gli altri, ognuno di noi può prendere in mano la propria vita e imparare a costruirsi a poco a poco. Chi vive in solitudine, rinuncia a costruirsi e si affida ad altri anonimi perché lo costruiscano. La solitudine infatti è riempita di televisione, di canzoni, di fantasticherie, di rimuginamenti e lascia spazio a chi ha più presa su di noi, con il rischio che faccia di noi quello che vuole.

    Solo chi conosce se stesso, può partire per l’avventura di conoscere l’altro. Ma per conoscere se stessi, non potremo mai fare a meno degli altri, che rappresentano per l’essere umano, grande o piccolo che sia, la sua porta sulla realtà.