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  • Il corpo questo sconosciuto. La trasformazione fisica nell’adolescente. A cura di Monica Rebuffo

    “Chi sono io?” Questa è la domanda che si pone prima o poi ogni adolescente. Noi possiamo immaginarcelo mentre si guarda allo specchio intento, trasognato, stralunato. Scruta il suo viso, studia le espressioni che può assumere il suo volto.

    Il volto prima di tutto e soprattutto, ma non solo quello.

    Prima o poi ogni adolescente, maschio o femmina che sia, pone lo sguardo sul proprio corpo, uno sguardo, inizialmente schivo e sfuggente, come per prendere prima un rapido contatto con una realtà percepita confusamente e non ancora del tutto fatta propria. Uno sguardo poi più attento, spesso deluso e severo, mentre mette a fuoco la propria immagine, che emerge dallo sfondo delle idealizzazioni infantili e si accorge, che se ne differenzia irrimediabilmente.

    Il corpo, irreversibilmente diverso da quello dell’infanzia, rimane a lungo come uno sconosciuto, nei confronti del quale si prova curiosità, ma anche timore e vergogna, desiderio di entrare in intimità, ma anche diffidenza, simpatia, ma anche fastidio e ribrezzo e soprattutto … impaccio.

    Che fatica sentirsi così impacciato e ingombrante, come se quel corpo non fosse il tuo. Tu, maschio, che vorresti essere solo muscoli e testa e ti trovi invece tutto gambe e braccia, pelo e brufoli e ormoni. E tu, femmina, che ti senti solo cuore, tutta palpitante di un sentimento nuovo, e ti ritrovi proprio quel seno e quei fianchi, e non ti senti mai nel posto giusto.

    Ogni adolescente si guarda, si studia, si odia, si maltratta e solo alla fine può arrivare a piacersi e a compiacersi del cambiamento che è subentrato in lui con la pubertà. Solo alla fine può guardarsi con uno sguardo benevolo, orgoglioso e compiaciuto, può piacersi ed essere contento di come è, e ciò avviene solo molto tempo dopo l’inizio delle prime trasformazioni.

    Perché ciò avvenga, è importante anche il nostro ruolo di adulti, di guide di riferimento pazienti e innamorati di loro, capaci di fargli sentire quel rispetto e quell’accettazione indispensabile alla trasformazione da bambini a giovani.

    In questa tappa evolutiva, la nostra presenza come adulti può essere ancora più necessaria, ma affinché i nostri ragazzi riescano a fruirla, dobbiamo inevitabilmente cambiare il nostro codice di contatto e di comunicazione.

    Diamo loro la possibilità di rispecchiarsi in noi, ne hanno un estremo bisogno, vista la quantità innumerevole di dubbi e paure che li attanaglia. E come non comprenderli. E allora se li comprendiamo facciamoglielo sentire. Dialoghiamo, confrontiamoci, offriamo i nostri punti di vista consentendogli di formarsi i propri. Se si sentiranno accolti e ascoltati anche nei loro modi un po’ sopra le righe, tipici di questa età di cambiamento, riusciranno ad accogliere ed ascoltare noi attraverso i valori e le coordinate di vita che vorremmo trasmettergli.

    Il corpo, rappresenta la parte più visibile e concreta del nostro essere persone, possiamo quasi definirlo come il vestito dell’anima. Così, a seconda dell’uso o abuso che ne facciamo, possiamo ricavare importanti informazioni su di noi e sugli altri. Questo vale sempre, in adolescenza così come in età adulta.

    Le tensioni e i fastidi che spesso esprimiamo attraverso il corpo, rappresentano, non solo una situazione fisiologica di disagio, ma anche e soprattutto una situazione di tensione emotiva, in cui abbiamo una reazione fisica, attivata da problemi e difficoltà o conflitti di carattere psicologico.

    Il corpo diventa così una vetrina del nostro equilibrio emotivo; attraverso la postura, il tono di voce, le somatizzazioni, comunichiamo agli altri e a noi stessi, moltissime informazioni su chi siamo e sul momento che stiamo vivendo.

    Allora non fermiamoci alla superficie dei nostri ragazzi, il corpo appunto, non sdrammatizziamo completamente le loro fatiche liquidandole con un “è l’età”, “passerà”, o peggio “sei cambiato/a non ti riconosco più … ti preferivo prima”, ma andiamo a cercare la persona che attraverso quel corpo e i nuovi atteggiamenti che gli appartengono, sta solo comunicandoci la paura e la fatica di questa meravigliosa e indispensabile trasformazione che è la crescita.

  • L’ARTE DI EDUCARE. Crescere insieme! A cura di Monica Rebuffo

    Educare, significa portare fuori dal figlio, l’unicità che è presente in lui. Questa esperienza di crescita, coinvolge il figlio ed il genitore insieme, così che entrambi beneficino l’uno dell’altro, come in una danza, attraverso l’esperienza, l’amore e l’intenzionalità, il supporto, la comprensione e la libertà.

    In che modo?

    • 1° ingrediente. L’AUTENTICITA’: anteporre la sincerità e l’onestà, all’assunzione di un ruolo.

    Ciò significa essere persone, prima ancora che genitori, non lasciandoci condizionare da principi e valori esterni e rigidi, ma essendo attenti al qui e ora della relazione. Se per esempio, il mio manuale di “buon genitore” mi suggerisce di essere sempre coerente nel mio comportamento coi figli, evitando di cambiare idea una volta presa una posizione, difficilmente potrò essere autentica.

    Capiterà che nuovi “dati” portati da mio figlio … 

    “prendo coscienza che quell’uscita con gli amichetti è importante, non solo per divertirsi, ma anche e soprattutto, perché finalmente si sente a suo agio con qualcuno”

    O miei momenti diversi ….

    “non sono più stanca o preoccupata per qualcosa”

    … mi facciano cambiare idea.

    Cambiare idea, perché abbiamo individuato un’esigenza profonda e utile, alla crescita di nostro figlio o perché ci siamo resi conto, di aver drammatizzato suoi comportamenti, per stanchezza e preoccupazione nostra, è molto diverso, dal cedere alle sue insistenze e dal non reggere la collera del bimbo.

    Quindi, fidiamoci un po’ di più del nostro buon senso e se qualche volta ci troveremo in queste circostanze, scegliamo di essere noi stessi e, attraverso il dialogo, spieghiamoci e ricerchiamo con serenità, il contatto con loro!

    • 2° ingrediente. L’EMPATIA: comprendere e intuire i sentimenti dell’altro, mettendoci nei suoi panni,

    come se” quei panni fossero i nostri

    L’empatia, presuppone il mettere temporaneamente il silenziatore ai nostri personali vissuti, valori, punti di riferimento, per assumere provvisoriamente quelli dell’altro.

    Solo se saremo capaci di calarci nei panni del figlio, riusciremo, per esempio, a vedere e a sentire tutta la paura e il timore, di essere sostituito da un fratello in arrivo. Ecco allora che il suo regredire attraverso atteggiamenti più infantili della sua età, non è semplicemente un capriccio, ma un comportamento funzionale al suo bisogno, di essere coccolato e rassicurato. Pensare che nostro figlio sia spaventato, è molto diverso dal pensarlo cattivo od egoista e, questi due diversi pensieri, attivano atteggiamenti nei suoi confronti, altrettanto diversi.

    Essere empatici, significa cogliere il vissuto dei figli con i loro occhi e le loro orecchie, questo ci porterà a comprenderli davvero dal profondo. Così facendo, in modo spontaneo e senza nessun insegnamento esplicito, anche i nostri figli impareranno ad essere empatici con noi.

    • 3° ingrediente. L’ACCETTAZIONE POSITIVA INCONDIZIONATA: lasciar essere l’altro così com’è, senza condizioni di sorta

    L’accettazione di cui parliamo, riguarda la persona, non i suoi comportamenti o le sue idee. Possiamo non condividere un comportamento di nostro figlio, ma accettare ugualmente il bambino. Il contesto di amore e accettazione che egli respirerà, gli consentirà di ascoltare a sua volta le correzioni o i suggerimenti del genitore, dimostrandosi così disponibile al cambiamento. Se al contrario, il bambino non si sentirà accettato, tenderà a difendersi e a rispondere a sua volta con il linguaggio della non accettazione, contribuendo all’esacerbazione del conflitto.

    L’accettazione rispecchia il rispetto profondo per il bambino e la piena libertà a lui concessa.

    Nel percorso di crescita, quando parliamo di libertà non ci riferiamo al …

    FARE TUTTO QUELLO CHE CI PARE

    ma alla libertà di

    ESSERE SE STESSI

    Una persona libera, non è quella che fa ciò che vuole, ma quella che fa delle scelte, che la rendono se stessa, esprimendo le sue vere aspirazioni.

    L’amore autentico e profondo verso i nostri figli, non cerca di renderli uguali a noi, ma li aiuta diventare se stessi. Più diventano se stessi e più si differenziano. Un figlio, più si sentirà accolto nella sua diversità e unicità, più si sentirà amato e darà amore. Più sarà rispettato e aiutato a crescere nelle sue qualità e caratteristiche, più saprà rispettare, accogliere e amare l’altro.

    In questo clima di accettazione e rispetto, i figli acquisiscono nuove competenze e correggono i propri sbagli, in modo naturale e spontaneo.

    Noi genitori sapremo esprimere il nostro amore e la nostra intenzionalità, facilitando al tempo stesso la crescita armonica del bambino, quanto più il nostro atteggiamento di base sarà impregnato di questi tre atteggiamenti: autenticità, empatia e accettazione positiva incondizionata.

    E per concludere con una simpatica metafora:

    dopo aver messo le “mani in pasta”, gusteremo insieme ai nostri figli i numerosi manicaretti che avremo saputo preparare con questi semplici tre ingredienti, conditi con l’olio dell’amore, il sale della unicità e l’aceto dei nostri limiti e delle nostre stanchezze!

    BUON A CRESCITA e BUON APPETITO a tutti!

  • Perché scrivere fa bene? A cura di Monica Rebuffo

    Con la scrittura comunichiamo ciò che pensiamo, ma anche ciò che sentiamo. Lo facciamo esprimendo le nostre emozioni, le nostre  sensazioni, i nostri sentimenti. Proprio per questa sua funzione, la scrittura ha un forte collegamento con la consapevolezza di noi stessi, perché per il suo tramite, nel momento in cui ci raccontiamo, noi rendiamo consapevoli gli altri, ma ancora prima noi stessi, di quel che proviamo.

    Nelle situazioni in cui non siamo ancora consapevoli, scrivere ci fa trovare le parole per esprimerci e ci chiarisce sentimenti confusi, incertezze, ambivalenze presenti dentro di noi. Quando siamo bloccati da angosce, tensioni, sentimenti che non riusciamo a tirar fuori, essa può assumere un valore liberatorio e terapeutico.

    Ecco allora che scrivere di sé a sé, consente di individuarci nella realtà, spogliandoci del falso perbenismo e delle aspettative ideali, che in quanto tali, debbono mantenere intatta la loro forma, per l’utilità di darci una direzione, ma non assumere quella della realtà attuale della persona.

    Cominciamo così a relazionarci a noi e non al nostro ideale e anzi, relazionandoci, ci scopriamo e ci individuiamo, chiarendo a noi stessi cosa proviamo e chi siamo.

    Viverci attraverso la scrittura, è come costruirci una stanza tutta per noi, un luogo e un tempo privati in cui entrare in contatto con le nostre emozioni più vere e più sentite. Accettiamo quello che proviamo e diamoci il permesso di vivere anche i sentimenti negativi, che spesso bloccano la libera espressione di noi stessi.  Tutto questo ci consentirà di rafforzare la nostra autostima.

    Da secoli si scrive per superare i momenti di sconforto e per ritrovare se stessi. La scrittura, se adottata con metodo e regolarità, come ha chiarito per primo Freud, è uno straordinario mezzo di riparazione, di ricucitura simbolica di quanto si è lacerato e rotto dentro di noi.

  • Genitori si diventa. A cura di Monica Rebuffo

    Una delle cose che più spesso sento dire, a proposito dell’essere genitori, riguarda la fatica e la frustrazione che questo ruolo comporta. Alle riunioni a scuola, al catechismo, al campo sportivo, non c’è luogo d’incontro per noi genitori dove parlare del costo e della preoccupazione che il figlio rappresenta nella nostra vita, non sia in primo piano.

    Questo accade, non perché non siamo contenti di noi, dei nostri figli o del nostro rapporto, ma perché spesso diamo per scontata la gioia, la soddisfazione e l’amore che ci unisce.

    Al contrario, quando ci poniamo con un atteggiamento positivo, cadiamo spesso nell’esaltazione del piccolo/a (“non per dire ma mio figlio è l’unico capace …”; “lui non attacca mai briga”; “non ha mai rotto un gioco in vita sua”; “è rispettosa e non fa mai i capricci”; ecc.), rischiando di essere emarginati dagli altri genitori, che finiscono per considerarci esagerati e fuori dal mondo.

    Ci sono molti motivi che ci spingono a cadere nell’uno o nell’altro atteggiamento di fondo, ma non è questa la sede di approfondimento di ciò.

    Quello sul quale ci va di soffermarci invece, è l’idea che, tutto quanto rappresenti il positivo, la gioia, la felicità, la capacità, non sia degno di essere riconosciuto e condiviso con i nostri figli, probabilmente perc già soddisfacente e presente. Al contrario, tutto quello che rappresenta il costo, il limite, l’incapacità e l’errore, possa e debba diventare l’unica modalità di espressione e condivisione, probabilmente per migliorare e non perdere di vista la loro crescita .

    Ciò su cui abbiamo riflettuto sino ad ora, riguarda la modalità positiva o negativa di parlare dei nostri figli.

    E se parlare dei loro limiti e delle loro potenzialità non fosse l’unico e il miglior modo? A chi serve? Forse a noi per sfogarci e scaricare la paura di non essere buoni genitori? Per consolarci a vicenda? “Mal comune mezzo gaudio” recita un proverbio.

    Ma allora, se parlassimo di noi -genitori- anziché di loro -figli- descrivendo vissuti, emozioni e pensieri che i loro comportamenti ci suscitano. Non sarebbe forse meglio?

    Nel parlare di noi, cerchiamo di non dare nulla per scontato, specialmente e principalmente la gioia e l’amore di essere genitori.

    Questo è di sicuro il primo passo per costruire un terreno solido su cui appoggiare la nostra relazione. Questa gioia, non la dobbiamo mai dimenticare, neppure quando ci rompono il nostro vaso preferito o quando ci macchiano il muro appena ridipinto o quando scopriamo che hanno marinato la scuola. Anzi, è proprio “lei”, che ci consente di non lasciarci travolgere dalla rabbia o dallo sconforto.

    Cerchiamo di condividere la gioia di essere genitori, con tutti, ma specialmente con i nostri bambini e ragazzi. Facciamogli sentire quanto entusiasmo e quanto amore proviamo per il solo fatto che esistono, piuttosto che limitare il nostro rapporto a premiarli o punirli, in funzione di ciò che hanno fatto (cosa necessaria ma non sufficiente). Facciamo emergere i veri e profondi sentimenti verso di loro.

    Dire un “ti amo” o un “mi piaci” così a sproposito, spesso casualmente, non può far altro che consolidare il terreno sul quale si appoggia il rapporto con nostro figlio. Il terreno, così come il rapporto, dipende anche da me genitore, non solo dai comportamenti e dai modi di essere di mio figlio.

    Proviamo ad ascoltare dentro di noi, quanto bene ci fa stare il sentirci dire spontaneamente: “ti voglio bene”, “sei la/il migliore mamma/papà del mondo”, “sei la più bella e la più brava”, “non ti cambierei con nessuno”, …

    E noi facciamo altrettanto con loro?

    Sono abituata a farlo sentire speciale per il solo fatto che è lui il mio bambino/ragazzo? Non tanto per le sue buone o cattive prestazioni, ma per il fatto di essere se stesso? Di quanta gioia mi dia il solo fatto che esiste?

    A volte ci accorgiamo dell’importanza o della significatività dell’altro quando per qualsiasi motivo si allontana da noi.

    Pro memoria per i genitori

    Oggi, domani e dopodomani, quando sto cucinando, mentre leggiamo insieme una fiaba o quando faccio i lavori di casa, lo chiamo intenzionalmente (se ragazzo: gli mando un sms) e voglio ricordarmi di dirgli:

     

    Bigliettino da compilare e tenere sempre in vista nel portafoglio, per non dimenticare di riconoscere ai figli, tutta la gioia che ci restituisce il solo fatto che esistano

  • L’adolescenza nelle famiglie problematiche. A cura di Monica Rebuffo

    Nelle famiglie disfunzionali, gli adolescenti esprimono in genere due modalità opposte di vivere le relazioni familiari. Da un lato possono arrivare a separarsi dai propri genitori bruscamente, scappando di casa o facendosi cacciare, oppure possono rimanere invischiati definitivamente nel sistema familiare. In questa tipo di situazione familiare, gli adolescenti possono assumere: 1) il ruolo di salvatori, diventando i responsabili degli altri membri della famiglia; 2) il ruolo di vittime, lamentandosi per la loro impossibilità di diventare autonomi; 3) il ruolo di persecutori, accusando e provocando i genitori che per la loro incapacità, li hanno resi infelici e non autonomi.

    I problemi ed i comportamenti sostitutivi che possono sorgere nel corso dell’adolescenza sono:

    • Ricerca disperata di relazioni o di cose per riempire il vuoto che si avverte … questo può portare all’abuso di sostanze alcoliche e stupefacenti

    • Rifiuto di accettare modelli di comportamento comune … ribellione esasperata per affermare la propria identità ed esprimere la propria sofferenza

    • Ostentazione della propria differenza … per esempio nel modo di vestirsi

    • Dipendenza, o al contrario, isolamento dagli altri … nelle relazioni amicali e sentimentali

    • Relazioni di dipendenza simbiotica … nelle quali si perde il senso di identità

    Quando come genitori di un adolescente, ci troviamo impantanati nei passaggi sopra elencati, cerchiamo di non andare nel panico e di non cominciare ad elargire colpe a destra e a sinistra. Tutto questo non serve a niente, se non a perdere del tempo e a perdere energie preziose da mettere in campo per i nostri ragazzi. Nonostante i nostri errori, noi non siamo comunque responsabili del comportamento e delle scelte dei nostri figli. Il fatto che nessuno sia responsabile del comportamento altrui è una cosa difficile da accettare nell’immaginario comune. Lasciare ad ognuno la responsabilità dei propri comportamenti può sembrare una cosa spaventosa, eppure questo atteggiamento risulta essere l’unico in grado di costruire la base per un cambiamento. Al contrario, farsi carico delle responsabilità dell’altro, può essere deresponsabilizzante, può scoraggiare l’iniziativa personale, ed incoraggiare, invece, comportamenti distruttivi, in quanto implica che l’altro è incapace di pensare a se stesso. Questo passo iniziale deve essere accompagnato e sostenuto da messaggi affettivi positivi e critici positivi. Diventa così indispensabile, ripartire da se stessi e dall’ascolto del figlio, che evidentemente, attraverso questi comportamenti, ci sta comunicando che qualcosa può non avere funzionato.

    A ugurio per tutti i genitori

    Sentirsi dire dal proprio figlio:

    MI PIACE COME ASCOLTI. FAI VENIRE VOGLIA DI PARLARE