Le aspettative dei genitori sui figli: possibili danni. A cura di Monica Rebuffo

Figli è quello che siamo, genitori probabilmente è quello che diventeremo. Proveniamo dalla stessa acqua, dalla stessa sorgente e andiamo verso lo stesso mare in un ciclo di trasformazione di una cosa nell’altra. Erickson

E’ il ciclo della vita. Che si trasforma e ci trasforma accompagnandoci nelle sue diverse stagioni in ruoli diversi. Così da figli diventiamo genitori. Da genitori diventiamo nonni, zii, amici dei nostri bambini e ragazzi. E ancora, verso la fine della nostra vita diveniamo nuovamente figli dei nostri coniugi e dei nostri figli che ci accudiscono e ci accompagnano verso l’imbrunire e la notte della nostra esistenza terrena.

La nostra vita si arricchisce e ci arricchisce di nuovi ruoli, di nuove sfaccettature senza, però, mai perdere le precedenti. Diventiamo genitori ma continuiamo sempre, per tutta la vita a rimanere anche figli.

Allora questa essenza incancellabile, questa esperienza razionale ma anche viscerale di figli che siamo e siamo stati, non può non incidere nel bene e nel male sul nostro divenire genitori.

Per noi genitori, i figli saranno sempre una proiezione esteriore di noi stessi. A qualsiasi età saranno sempre una parte di noi, nel bene e nel male. Allora cerchiamo di mettere a fuoco in quale modo costruttivo e liberante le nostre aspettative ineliminabili possono incidere sul percorso di individuazione di sé dei nostri figli.

L’aspettativa del genitore è la sua tendenza a proiettare sul figlio il suo ideale di figlio

Abbiamo già sottolineato nella nostra premessa quanto il nostro essere genitori venga condizionato e inquinato, nel bene e nel male, dalla nostra esperienza di essere stati figli, ma anche dal modello di genitori che a nostra volta abbiamo avuto.

Proviamo a tradurre la nostra definizione in maniera più concreta e diciamo che il nostro concetto ideale, nasce e cresce su di noi.

Per esempio, può nascere sui nostri bisogni insoddisfatti, sui nostri sogni, sulle nostre realizzazioni mancate, nello sport, nella scuola, nel lavoro. Ecco allora che il nostro figliuolo si trova implicitamente a dover soddisfare bisogni, sogni, ambizioni che noi non siamo riusciti, per vari motivi, a realizzare. Lui dovrebbe o potrebbe farlo … per noi. In questa categoria, rientrano anche tutti gli errori che noi abbiamo compiuto e che loro non possono permettersi di compiere, perché con il loro successo e la loro riuscita possono risarcire anche noi! In questo primo caso il genitore è insoddisfatto (poco o tanto) di sé e/o della sua esistenza e le sue aspettative ricalcano un idea di risarcimento implicito … ma a volte anche esplicito … da realizzare, attraverso questa parte di noi che sono i figli.

C’è poi la situazione opposta, quando il genitore è soddisfatto di sé e della sua esistenza e vorrebbe o si aspetta che il figlio ricalchi pienamente le sue orme. Cioè che faccia sostanzialmente tutto ciò che lui o lei hanno fatto o suggeriscono. Poiché essendo e/o sentendosi delle persone realizzate ritengono di essere “esperti” del campo. Quindi sarebbe sciocco per il figlio non approfittare di questa fortuna … per evitare eventuali errori o sofferenze! Il problema in questo caso, non è il fatto che i genitori siano esperti del loro “campo” (se stessi), la qual cosa è sicuramente ottima. Ma è, che ritengano di essere esperti anche del “campo” del figlio, la qual cosa non è assolutamente possibile. Ciò che sanamente questi genitori potrebbero fare è aiutare i figli a diventare esperti di se stessi, imparando a conoscersi e a stimolarsi, dando loro spazio, ascolto e visibilità. Nella pratica educativa, pertanto, non è utile  dire ai figli tutto ciò che devono fare, come lo devono fare e perché lo devono fare. Perché in questo modo li allontaniamo dall’ascolto e dalla conoscenza di sé, dato che devono essere in contatto solo con ciò che dice e si aspetta il genitore.

In queste due prime situazioni abbiamo visto come il vissuto positivo o negativo del genitore condizioni l’aspettativa che esso ha sul figlio.

QUANDO LA CENTRATURA DEL GENITORE E’ SU DI SE’, PRODUCE ASPETTATIVE CONDIZIONANTI PER IL FIGLIO. QUESTA IMPOSTAZIONE NON AIUTA IL FIGLIO NELLA INDIVIDUAZIONE E NELLA SCOPERTA DI SE’, ANZI LO ALLONTANA PERCHE’ LO IMPEGNA SOLO AD ASCOLTARE O FARE CIO’ CHE GLI DICE IL GENITORE (ragazzo mite). OPPURE LO IMPEGNA A FARE IL CONTRARIO DI CIO’ CHE GLI DICE IL GENITORE (ragazzo ribelle).

Ma allora cosa funziona?

Funziona …

LA CENTRATURA DEL GENITORE SUL FIGLIO. QUESTO ATTEGGIAMENTO PRODUCE ASPETTATIVE LIBERANTI PER IL FIGLIO E  LO AIUTA A IDENTIFICARSI PIENAMENTE CON SE’ STESSO, CON LE PROPRIE CARATTERISTICHE E LE PROPRIE POTENZIALITA’.

In questo caso il figlio sarà impegnato nella scoperta di sé e nel farlo non si sentirà solo ma accompagnato e supportato dal suo genitore. In questo caso più economico sarà il dispendio di energie e di tempo impiegato a crescere e apprendere perché il bambino/ragazzo sarà supportato e facilitato e non negato e ostacolato.

Quindi possiamo dire che la discriminante tra una aspettativa castrante e una non castrante è la direzione di centratura e attenzione del genitore.

Se noi vogliamo che il rapporto con nostro figlio sia caratterizzato da intimità e vicinanza, dobbiamo lavorare per creare questo tipo di relazione. E la prima cosa in assoluto da fare è: vedere, ascoltare, dare cittadinanza al figlio … essere in rapporto con lui .. non solo con noi stessi.

Come genitore è importante che io sia centrato sui miei figli, perché questo atteggiamento funziona.

Quindi:

  1. nel caso in cui mio figlio differisca pienamente dalla mia aspettativa, cercherò di cambiare   correggere la mia aspettativa interna non mio figlio (tipo di scuola; lavoro; realizzarsi nella professione o nella famiglia; ecc.)!

  1. In questa condizione c’è ascolto, accettazione e fiducia nei confronti del figlio.

  1. In questa condizione c’è interazione, cioè accoglienza, oltre che del mio mondo come genitore, anche del mondo del figlio. Da questo nasce il rapporto.

Alla luce della nostra riflessione possiamo concludere dicendo che le aspettative che il genitore si crea nei confronti del figlio, sono di per sé ineliminabili. Possiamo definirle come l’esercizio a creare dentro noi uno spazio per il figlio. Tuttavia se esse sono suscettibili di correzione nel confronto con la realtà e col figlio, allora non diventano né dannose né condizionanti. Nel caso contrario diventano un ostacolo anche significativo allo sviluppo armonioso della personalità e della vita del figlio.