Tag: educazione

  • ADOLESCENTI DEL TERZO MILLENIO, CONOSCERLI PER AMARLI

    ADOLESCENTI DEL TERZO MILLENIO, CONOSCERLI PER AMARLI

    Sempre più spesso siamo invasi da notizie di cronaca che ci comunicano dati allarmanti sul malessere dei giovani nella società odierna.

    L’età dei giovanissimi, coinvolti in eventi criminosi e disfunzionali, si abbassa sempre di più. Parliamo di spaccio, rapine, bullismo e cyberbullismo, sino ad arrivare all’induzione al suicidio, autolesionismo, disagio psichiatrico. Dal punto di vista sociologico, gli autori e le vittime di tali violenze non provengono esclusivamente da una specifica fascia della popolazione, quella più problematica; piuttosto, il fenomeno si estende trasversalmente a tutti i livelli sociali.

    Quando si riflette su questi temi, si tende spesso a concentrarsi sulla famiglia e sui genitori. Tuttavia, il fenomeno è più complesso e richiede una comprensione più approfondita del processo di crescita dei figli e dello sviluppo della società.

    Il ruolo della famiglia è estremamente influente alla nascita, ma tende a diminuire gradualmente man mano che i figli si avvicinano all’età adolescenziale. Questo periodo rappresenta la fase in cui i giovani dovrebbero cominciare a elaborare autonomamente le conoscenze acquisite fino a quel momento (regole, valori, competenze) e cominciare ad assumersi la responsabilità delle scelte che compiono e dei comportamenti che adottano. Tuttavia, sebbene il ruolo della famiglia sia fondamentale, non si possono attribuire ai genitori i comportamenti disfunzionali dei figli adolescenti.

    La responsabilità della famiglia è più accuratamente collegata alle carenze educative delle fasi precedenti che, quando presenti, non consentono la crescita e la maturazione psicologica e morale del ragazzo. Per questo motivo non è corretto associare semplicisticamente ai genitori la questione della responsabilità, che deve rimanere chiaramente attribuita ai giovani stessi. Può sembrare una dichiarazione contraddittoria e provocatoria, poiché i genitori effettivamente hanno la loro parte responsabilità. Tuttavia, tale affermazione contiene in sé la chiave per affrontare e compensare le fragilità dei figli e per correggere le nostre carenze educative.

    Riconoscendo ai giovani la loro crescita, gli permettiamo di assumersi la responsabilità dei propri successi e insuccessi, delle proprie debolezze e risorse. Nei percorsi di crescita regolari, li prepariamo per la vita futura; in quelli problematici, li supportiamo nella ripresa dalle cadute, favorendo l’apprendimento dagli errori commessi e promuovendo lo sviluppo di un atteggiamento più responsabile. Investendo in loro, esprimendo fiducia, perdonando gli errori e fornendo suggerimenti per migliorare, anziché giudicarli e sostituirli, offriamo loro l’opportunità di apprendere, di riflettere, di raggiungere obiettivi e di prendersi cura di sé e in seguito degli altri. In questo modo, recuperiamo il nostro ruolo di educatori, senza sostituirci a loro, ma riconoscendo il loro valore intrinseco.

    E ALLORA PERCHÉ, NONOSTANTE LE FAMIGLIE SI MUOVANO BENE SIN DALL’INIZIO O CORREGGANO IL TIRO STRADA FACENDO, LE COSE POSSONO NON ANDARE BENE LO STESSO?

    Gli studi sull’età evolutiva indicano che durante l’adolescenza, l’influenza dei pari rappresenta un fattore determinante per il comportamento dei giovani. Gli adolescenti sono particolarmente suscettibili all’influenza dei coetanei, a causa della loro maggiore sensibilità neurobiologica e della loro vulnerabilità al rifiuto sociale. È stato dimostrato che sono anche più propensi a correre rischi legali e sanitari, per evitare di essere rifiutati dal loro gruppo sociale. Ecco rivelata la causa di tanti comportamenti a rischio. Non dimentichiamo, inoltre, che il cervello degli adolescenti è ancora immaturo, dato che la corteccia prefrontale giunge a maturazione intorno ai vent’anni. Tale parte del cervello è responsabile: della regolazione delle emozioni, dei processi decisionali, della capacità di pianificazione per raggiungere obiettivi realistici, dell’organizzazione e delle competenze pro-sociali.

    In realtà, l’adolescente che cerca sé stesso allontanandosi gradualmente dai genitori, che si integra nel gruppo dei pari, che punta alla sua accettazione sociale e che sperimenta differenti comportamenti, sta seguendo un percorso di sviluppo naturale. Questo comportamento è sano, appropriato e conforme al processo evolutivo previsto.

    Un ragazzo che da bambino è stato sufficientemente educato:

    • alla gestione della frustrazione,
    • all’alfabetizzazione emotiva,
    • all’assunzione delle sue responsabilità, piccole da piccolo e sempre maggiori crescendo,
    • al rispetto degli altri,
    • alla collaborazione e a una sana competizione,
    • alla ricerca del senso della vita

    sarà maggiormente capace di muoversi nel mondo, senza fare gravi danni a sé stesso e agli altri. Lo farà sperimentando, sbagliando, imparando, per arrivare, infine ad affermarsi costruttivamente. Quindi, anche nella migliore delle ipotesi educative, il percorso dell’adolescente e dei suoi genitori non è lineare. Se a queste considerazioni, aggiungiamo ancora la variabile: influenza dei coetanei, ci rendiamo conto come è importante continuare a guidare i preadolescenti e gli adolescenti con regole condivise, limiti chiari e la capacità di risolvere i conflitti, imponendo restrizioni quando necessario.

    La grande influenzabilità dei giovani non parla necessariamente di fragilità caratteriale strutturale, ma più realisticamente di immaturità. Gli educatori devono metterla in conto come caratteristica fisiologica di questa fase evolutiva, relazionandosi in modo adulto ed educativo, e consentendo loro di assumersi la responsabilità delle conseguenze positive e negative delle proprie azioni. È solo sperimentando in prima persona, che si comprende profondamente, si elabora e si cresce. Quindi il percorso adolescenziale, realisticamente parlando, non sarà semplicemente positivo, ma turbolentemente positivo.

    L’adolescenza può essere vista come una fase di transizione critica, caratterizzata da fluttuazioni emotive, sfide e sviluppi significativi. Per facilitare il processo di crescita dall’infanzia all’età adulta, è essenziale comprendere e accettare questo percorso. Essere preparati psicologicamente e sostenere adeguatamente i giovani può rendere la maturazione più agevole e accelerare l’acquisizione di autonomia, pensiero critico e responsabilità.

    Il rapporto affettivo tra genitore e figlio si intensifica durante questa fase. Tuttavia, è fondamentale che il genitore mantenga un ruolo adeguato, evitando di assumere funzioni non appropriate come quella dell’amico, dello psicologo o dell’avvocato. Il genitore deve stabilire regole chiare, offrire fiducia, dialogare e condividere esperienze, fornendo spiegazioni sui comportamenti che conducono al successo o al fallimento. Deve inoltre perdonare, insegnare e permettere al giovane di sperimentare autonomamente, avendo fiducia nelle sue capacità. Questo approccio favorisce una crescita costruttiva sia per il genitore che per il figlio, superando le difficoltà tipiche dell’adolescenza.

  • PADRI E PATERNITA’ a cura di Monica Rebuffo

    PADRI E PATERNITA’ a cura di Monica Rebuffo

    Cosa ci succede quando progettiamo di avere un figlio, quando lo sogniamo o lo vediamo crescere? Quali sono le funzioni di un buon padre? Le caratteristiche che lo rendono tale? Queste e altre domande si affacciano alla nostra mente, quando ci avviciniamo col pensiero o nella realtà, a questa esperienza.

    Il cucciolo dell’uomo, rispetto ad altre specie, ha bisogno di un accudimento decisamente maggiore, che dura per buona parte dell’infanzia, e necessita di un codice materno predominante, che nutre, si prende cura, custodisce e protegge. Crescendo però, è essenziale che il ruolo del materno diminuisca e aumenti quello paterno.

    Tre buoni aggettivi per descrivere il codice paterno sono:

    • Responsabile: sa prendersi cura
    • Coinvolto: sa sperimentare il piacere, e non solo il dovere, di stare col figlio
    • Disponibile emotivamente: sa accogliere

    Il ruolo paterno è cambiato nel tempo: l’autoritarismo dei nostri nonni ha perso di legittimità. Oggi i padri sono alla ricerca di una relazione più serena e intima con i propri figli, che però non deve perdere di autorevolezza. I padri hanno il codice delle norme e delle regole, ma hanno anche quello delle emozioni, dell’intimità e degli affetti. Si differenziano dalle mamme, perché hanno meno ansie protettive e sono più abili nel facilitare i comportamenti di esplorazione del mondo e delle relazioni, permettendo la fuoriuscita dal nido.

    L’ autorevolezza di cui abbiamo parlato, necessita della capacità di esercitare un ruolo di contenimento e di argine, che chiaramente può provocare conflitti coi figli. Questo diventa, molto spesso, il punto di criticità, perché oggi i genitori vorrebbero essere solo amici. Ma i figli hanno bisogno anche di altro, per esempio, della nostra capacità di esercitare una giusta distanza, che non è affettiva ma educativa. Hanno bisogno che i genitori sostengano anche quell’elemento conflittuale che permetta loro di tirare fuori tutte le loro risorse e di farcela.

    Il padre oggi ha a disposizione strumenti più raffinati degli ordini e delle punizioni, ad esempio, le regole e il coraggio del confronto, che può diventare anche conflitto.

    L’adolescente ha necessità di un padre, che sappia comunicare che la regola non è un impedimento, ma la definizione dello spazio in cui potersi muovere liberamente. Se la regola è chiara, adeguata e contestuale, e dagli 11 anni anche negoziata, sarà uno strumento prezioso, per aiutare i figli a diventare autonomi e responsabili.  È il padre che accompagna nelle scoperte, che recupera i figli quando cadono, che li rimette in piedi. Il padre sta accanto senza sostituirsi, permettendo l’esperienza e la sperimentazione, anche fino al fallimento quando è necessario.

    Per poter uscire dalla tentazione del risucchio dell’infanzia, l’adolescente ha bisogno della “resistenza” del padre, che lo conduce a vedere oltre, e a saltare lo steccato per trovare la propria strada. Se non troverà questo argine in famiglia, a scuola, nello sport, in oratorio, si disperderà e non riuscirà a tirare fuori i propri talenti e la propria individualità, e noi non avremmo assolto appieno il nostro ruolo di facilitatori della sua crescita.

    Ai nostri figli, non dobbiamo donare solo amore generalizzato, ma essere in grado di introdurre ciò di cui hanno bisogno, per crescere e diventare autonomi.

  • EMERGENZA EDUCATIVA. A cura di Monica Rebuffo

    EMERGENZA EDUCATIVA. A cura di Monica Rebuffo

    I quattro pilastri dell’educazione che permettono in modo naturale lo sviluppo della persona, dal bambino all’adulto, sono: l’educazione alle emozioni; l’educazione alla frustrazione; lo sviluppo e l’apprendimento di competenze; l’educazione all’interiorità.

    Quando nel processo di crescita manca uno dei punti sopra menzionati, qualsiasi esso sia, trasformiamo la nostra potenzialità educativa in rischio. Pertanto, al bambino mancherà un pilastro portante sul quale costruire la propria persona e la stessa potrebbe risultare fragile o instabile. Quando succede che vengono meno due o più di queste facilitazioni alla crescita, ci troveremo in una situazione di vera e propria emergenza educativa, che renderà più probabile per i nostri bambini e ragazzi, lo sviluppo di problematiche psicologiche e del comportamento.

    Nel momento storico che stiamo attraversando, dove la velocità della tecnologia e l’importanza dell’apparire, stanno sostituendo i naturali tempi di metabolizzazione delle esperienze e la realtà della vita, i passaggi più difficili da attuare a livello educativo sono: la gestione della frustrazione e l’educazione all’interiorità.

    Ma andiamo con ordine.

    1. EDUCAZIONE ALLE EMOZIONI. Promuovere un’alfabetizzazione emotiva permette ai bambini e ai ragazzi di comprendere il proprio mondo interno, di imparare a immedesimarsi negli altri e di sviluppare empatia. L’aiuto dei genitori e degli insegnanti, in questo ambito, può aiutare i ragazzi ad esplorare quello che sentono, a dargli un nome, a guardarlo e affrontarlo se necessario, senza reprimerlo, al fine di permettere la maturazione di individui realmente autonomi e compiuti.
    2. EDUCAZIONE ALLA FRUSTRAZIONE. Goleman, il padre dell’intelligenza emotiva, ci suggerisce come il reale successo di un individuo dipenda dall’incontro tra il talento e la capacità di sopportare la fatica e la sconfitta. Senza fatica non c’è successo. Nella vita reale non è sempre possibile evitare la frustrazione, allora cerchiamo di usarla per rafforzarci, imparando a tollerarla. Il che significa: allenare i nostri bambini e ragazzi: all’attivazione, alla pazienza, all’impegno, all’aiutare gli altri, al fare fatica fisica ed emotiva; ma significa anche: non sostituirci a loro, insegnargli a pensare, tollerare gli errori che compiono quando agiscono, insegnandogli ad apprendere anche attraverso l’insuccesso, non volerli perfetti e totalmente sotto controllo.
    3. SVILUPPO E APPRENDIMENTO DI COMPETENZE. Naturalmente per sentirci capaci e sicuri abbiamo bisogno di sviluppare conoscenze e competenze. Nel percorso scolastico, ma anche in ogni altra situazione di vita, dallo sport al lavoro, dal volontariato alle relazioni sociali, dalla gestione della salute a quella della casa. Tutto è stimolo alla conoscenza. Rinforziamo la loro curiosità e l’iniziativa, e non avalliamo la loro pigrizia.
    4. EDUCAZIONE ALL’INTERIORITA’. I ragazzi crescendo, hanno bisogno di appropriarsi del proprio atteggiamento relazionale, che si esprime nei rapporti con gli altri e con la comunità; ma anche nella relazione con la profondità del proprio sé e con l’altezza di ciò che va oltre la sua realtà empirica, abbracciando l’orizzonte etico-valoriale, fino a raggiungere, per chi sceglie, la relazione con il Tu di Dio.

    Il bambino che diventa ragazzo ha bisogno di sostituire gradualmente il dialogo esterno con le figure di riferimento, con un dialogo interno dove prima di parlare e di agire, si confronta con sé stesso, riflette sui pro e sui contro, sceglie cosa dire e cosa fare. Questo percorso così importante accompagna il ragazzo fuori dall’impulsività dell’infanzia e dell’adolescenza, e gli permette una riflessività che aumenta le possibilità di successo nelle situazioni di vita.

    Come spesso sottolineiamo nelle nostre riflessioni, non è necessario essere genitori perfetti, per facilitare i nostri figli. È sufficiente essere persone autentiche, realisticamente interessate al loro bene, che provano, imparando dagli errori, a fare del proprio meglio, accettando le imperfezioni. Se ci muoviamo con questa umanità, senza trascurare completamente nessuno dei 4 punti elencati, saremo sicuramente dei buoni allenatori nel loro percorso di crescita e, a buon titolo, coautori del capolavoro che possono diventare.

  • BISOGNO DI PATERNITA’ a cura di Monica Rebuffo

    Cominciamo col dire che il ruolo paterno è cambiato nel tempo: l’autoritarismo ha perso di legittimità.

    È finita l’epoca dei padri – padroni, oggi i padri sono alla ricerca di una relazione più serena e intima con i propri figli, che però non deve perdere di autorevolezza.

    Fino al secolo scorso, i padri giocavano un ruolo educativo attraverso i comandi e le punizioni, e questo spesso suscitava nei bambini un sentimento di paura e di lontananza affettiva.

    Oggi però, si è passati all’estremo opposto. Trascorsa l’epoca dei padri, siamo passati all’epoca dei figli, caratterizzata da un eccesso di cura, di ansia, di preoccupazione rispetto al benessere e, fondamentalmente, da una rinuncia da parte dei genitori al loro ruolo educativo, in particolare quello paterno.

    Il cucciolo dell’uomo, rispetto ad altre specie, ha bisogno di un accudimento decisamente maggiore, che dura per buona parte dell’infanzia e necessita di un codice materno predominante che nutre, si prende cura, custodisce e protegge. Crescendo però è necessario che il ruolo del codice materno diminuisca e man mano aumenti quello paterno. Pertanto le mamme continueranno ad esercitare proficuamente il loro amore, solo se riusciranno a farsi un po’ da parte, a vantaggio del padre. Questo, produrrà serenità e autonomia nei propri figli.

    Anche il padre nell’infanzia, ha un ruolo importante, ma meno definito. Inizialmente ha il compito di sostenere la madre e andando avanti di aiutare i figli a sviluppare le proprie autonomie.

    Ma il vero trionfo del padre, lo abbiamo in adolescenza. In quel momento, aiuta i figli ad uscire dall’infanzia e a prepararsi all’età adulta. Quindi, la funzione essenziale che svolge, è quella di mettersi tra la madre e i figli e di consentire e facilitare la separazione e il taglio del cordone ombelicale.  Senza questa funzione non è possibile crescere e là dove manca, la crescita dei bambini e dei ragazzi può essere compromessa.

    Spesso i padri di oggi faticano ad accettare un ruolo di contenimento, di argine, che chiaramente provoca conflitti coi figli; vogliono essere amici. Ma se non si mantiene una giusta distanza dai figli, che non è affettiva ma educativa, non si riesce a consegnare un’eredità, a donare il segreto prezioso del vivere, a sostenere quell’elemento conflittuale che permette ai figli di tirare fuori tutte le loro risorse e di farcela.

    Il padre oggi ha a disposizione strumenti più raffinati degli ordini e delle punizioni, ad esempio le regole e il coraggio del confronto, che può diventare anche conflitto.

    Occorre un padre che sappia comunicare che la regola non è un impedimento, ma la definizione dello spazio in cui potersi muovere liberamente. Se la regola è chiara, adeguata e contestuale e, dagli 11 anni, anche negoziata, sarà uno strumento prezioso per aiutare i figli a diventare autonomi e responsabili.  È il padre che accompagna nelle scoperte, che recupera i figli quando cadono, che li rimette in piedi. Il padre sta accanto senza sostituirsi, permettendo l’esperienza e la sperimentazione, anche fino al fallimento, quando è necessario.

    Il compito paterno è prevalentemente regolativo. Il “no” resistente del padre in adolescenza è fondamentale per il figlio. Per poter uscire dalla tentazione del risucchio dell’infanzia, l’adolescente ha bisogno della “resistenza” del padre, che lo conduce a vedere oltre e a saltare lo steccato per trovare la propria strada.

    Ai nostri figli, non dobbiamo dare solo amore generalizzato, ma dobbiamo dare ciò di cui hanno bisogno per crescere e diventare autonomi.

    Nell’adolescenza, sia i maschi che le femmine, hanno bisogno di misurarsi col tema del confronto e del limite (la regola) e di imparare a vivere e a superare i conflitti. Se non troveranno questo argine in famiglia, a scuola, nello sport, in oratorio, si disperderanno e non riusciranno a tirare fuori i propri talenti e la propria individualità.

    Ecco perché della paternità ce n’è un gran bisogno, proprio come della maternità!

    Sono le due facce della stessa medaglia, le due parti speculari della mela; hanno bisogno l’una dell’altra per completarsi e fornire ai propri figli la compiutezza dell’accompagnamento educativo, conducendoli così verso una sana ed equilibrata adultità.

  • L’ADOLESCENZA. LA FATICA E LA SCOPERTA DEL CRESCERE. A cura di Monica Rebuffo

    Francesca, ad un certo punto, con mamma non si è trovata più. Non è successo nulla, ma la sua stessa presenza le da fastidio. I suoi interventi anche se vogliono essere affettuosi, sono insopportabili. Francesca cerca dei pretesti per mettersi contro la mamma; non è sempre facile, ma è come se ne avesse bisogno. Che brutto avere una madre in gamba a cui tutti danno ragione! Francesca cerca ora persone diverse da quelle di casa, gente della sua età, forse anche adulti, ma fuori casa.

    Da un po’ di tempo Cristina si domanda cosa voglia dire essere se stessa. Risolve il problema un po’ comportandosi all’opposto di come si comportava prima e un po’ facendo il contrario di quello che le dicono. Non si piace più, né quando si guarda allo specchio (e si guarda sempre più spesso), né quando si sente osservata dagli altri (e le sembra che tutti la osservino). Le succede di sentirsi diversa a seconda dell’ambiente: a scuola, ai giardini, con il gruppo, con l’amica preferita. Le da fastidio per esempio che sua mamma entri in camera e si fermi a parlare quando ci sono le sue amiche. In un momento di calma Cristina si è domandata il perché di tutti questi suoi nuovi atteggiamenti. Il perché si sente di più se stessa, quando i suoi genitori non sono presenti.

    Francesca e Cristina, mostrano la propria incertezza di fronte alla crescita e al cambiamento. Ma l’incertezza dei nostri ragazzi, è la nostra stessa incertezza, di fronte al vivere della società. Tutti vorremmo poter stare tranquillamente in mezzo agli altri, ma nello stesso tempo abbiamo i nostri timori. Di non essere accettati, di non essere capiti, di essere derisi quando mostriamo il nostro vero volto.

    La nostra paura, è tanto maggiore, quanto meno ci conosciamo, ci accettiamo, ci amiamo. Le persone che hanno ben chiaro che cosa vogliono fare della loro vita, come vogliono gestirsi, quale progetto perseguire, non si vergognano di quello che pensano o fanno e riescono a sostenere con maggiore facilità i propri punti di vista, anche di fronte a opinioni contrarie. Chi persegue un progetto, si sente utile e quindi si stima: perciò non ha paura di mostrarsi in mezzo agli altri e generalmente, pensa di essere ben accolto.

    Spesso i nostri ragazzi per differenziarsi dagli adulti, per sentirsi unici, per dimostrare che non sono più bambini, tendono a mettere in atto comportamenti oppositivi e provocatori. In realtà il loro fine ultimo, che neppure loro conoscono, è quello di scoprire chi sono e come sono fatti.

    Ma come fare per conoscersi?

    Ci sono tanti modi, ma forse il migliore è quello di vivere in mezzo agli altri; per questo anche il gruppo è di grande aiuto. Anzi è uno strumento indispensabile nell’adolescenza. Nel gruppo i nostri ragazzi imparano a veder come sono realmente e come reagiscono di fronte all’amico, al meno amico, alle persone diverse. Nel gruppo hanno la possibilità di incontrarsi nella realtà.

    Nella fantasia, possono immaginare di essere le persone più generose del mondo, ma è solo vivendo in mezzo agli altri, che si rendono conto se davvero sono capaci di essere generosi.

    Nella fantasia possono essere dei conquistatori, ma solo nella realtà, si rendono conto se sono timidi o disinvolti.

    Nella fantasia possono dire a se stessi che d’ora in avanti saranno diversi, ma è nella realtà che si accorgono se hanno il coraggio e/o la capacità, di portare qualche piccolo cambiamento nella loro vita.

    Tutti abbiamo la forza di crescere, purchè ci sia chiaro il nostro percorso e venga messa in conto un po’ di sana pazienza! E già neppure Dio ha fatto il mondo in un colpo solo e di sicuro non perché non ne era in grado, forse voleva insegnarci qualcosa a proposito del tempo e della maturazione, dell’attesa e del godimento giorno per giorno.

    La solitudine è un altro modo per conoscersi.

    Ma è una soluzione che ci fa crescere?

    Quando non ci si confronta con gli altri, si soffre meno per le sconfitte, però si gode anche di meno dei successi, si vive nella fantasticheria e si rinuncia a riconoscersi nella realtà. A volte i nostri ragazzi sono tentati da questo, perché nell’immediato è più facile.

    Questo tipo di isolamento nulla ha a che fare con il dialogo che ognuno di noi ha con se stesso e che certamente presuppone attimi di solitudine. Quella riflessività, ci consente un’autonomia mentale ed emotiva e diventa espressione della nostra unicità..

    Vivendo con gli altri, ognuno di noi può prendere in mano la propria vita e imparare a costruirsi a poco a poco. Chi vive in solitudine, rinuncia a costruirsi e si affida ad altri anonimi perché lo costruiscano. La solitudine infatti è riempita di televisione, di canzoni, di fantasticherie, di rimuginamenti e lascia spazio a chi ha più presa su di noi, con il rischio che faccia di noi quello che vuole.

    Solo chi conosce se stesso, può partire per l’avventura di conoscere l’altro. Ma per conoscere se stessi, non potremo mai fare a meno degli altri, che rappresentano per l’essere umano, grande o piccolo che sia, la sua porta sulla realtà.

  • Le aspettative dei genitori sui figli: possibili danni. A cura di Monica Rebuffo

    Figli è quello che siamo, genitori probabilmente è quello che diventeremo. Proveniamo dalla stessa acqua, dalla stessa sorgente e andiamo verso lo stesso mare in un ciclo di trasformazione di una cosa nell’altra. Erickson

    E’ il ciclo della vita. Che si trasforma e ci trasforma accompagnandoci nelle sue diverse stagioni in ruoli diversi. Così da figli diventiamo genitori. Da genitori diventiamo nonni, zii, amici dei nostri bambini e ragazzi. E ancora, verso la fine della nostra vita diveniamo nuovamente figli dei nostri coniugi e dei nostri figli che ci accudiscono e ci accompagnano verso l’imbrunire e la notte della nostra esistenza terrena.

    La nostra vita si arricchisce e ci arricchisce di nuovi ruoli, di nuove sfaccettature senza, però, mai perdere le precedenti. Diventiamo genitori ma continuiamo sempre, per tutta la vita a rimanere anche figli.

    Allora questa essenza incancellabile, questa esperienza razionale ma anche viscerale di figli che siamo e siamo stati, non può non incidere nel bene e nel male sul nostro divenire genitori.

    Per noi genitori, i figli saranno sempre una proiezione esteriore di noi stessi. A qualsiasi età saranno sempre una parte di noi, nel bene e nel male. Allora cerchiamo di mettere a fuoco in quale modo costruttivo e liberante le nostre aspettative ineliminabili possono incidere sul percorso di individuazione di sé dei nostri figli.

    L’aspettativa del genitore è la sua tendenza a proiettare sul figlio il suo ideale di figlio

    Abbiamo già sottolineato nella nostra premessa quanto il nostro essere genitori venga condizionato e inquinato, nel bene e nel male, dalla nostra esperienza di essere stati figli, ma anche dal modello di genitori che a nostra volta abbiamo avuto.

    Proviamo a tradurre la nostra definizione in maniera più concreta e diciamo che il nostro concetto ideale, nasce e cresce su di noi.

    Per esempio, può nascere sui nostri bisogni insoddisfatti, sui nostri sogni, sulle nostre realizzazioni mancate, nello sport, nella scuola, nel lavoro. Ecco allora che il nostro figliuolo si trova implicitamente a dover soddisfare bisogni, sogni, ambizioni che noi non siamo riusciti, per vari motivi, a realizzare. Lui dovrebbe o potrebbe farlo … per noi. In questa categoria, rientrano anche tutti gli errori che noi abbiamo compiuto e che loro non possono permettersi di compiere, perché con il loro successo e la loro riuscita possono risarcire anche noi! In questo primo caso il genitore è insoddisfatto (poco o tanto) di sé e/o della sua esistenza e le sue aspettative ricalcano un idea di risarcimento implicito … ma a volte anche esplicito … da realizzare, attraverso questa parte di noi che sono i figli.

    C’è poi la situazione opposta, quando il genitore è soddisfatto di sé e della sua esistenza e vorrebbe o si aspetta che il figlio ricalchi pienamente le sue orme. Cioè che faccia sostanzialmente tutto ciò che lui o lei hanno fatto o suggeriscono. Poiché essendo e/o sentendosi delle persone realizzate ritengono di essere “esperti” del campo. Quindi sarebbe sciocco per il figlio non approfittare di questa fortuna … per evitare eventuali errori o sofferenze! Il problema in questo caso, non è il fatto che i genitori siano esperti del loro “campo” (se stessi), la qual cosa è sicuramente ottima. Ma è, che ritengano di essere esperti anche del “campo” del figlio, la qual cosa non è assolutamente possibile. Ciò che sanamente questi genitori potrebbero fare è aiutare i figli a diventare esperti di se stessi, imparando a conoscersi e a stimolarsi, dando loro spazio, ascolto e visibilità. Nella pratica educativa, pertanto, non è utile  dire ai figli tutto ciò che devono fare, come lo devono fare e perché lo devono fare. Perché in questo modo li allontaniamo dall’ascolto e dalla conoscenza di sé, dato che devono essere in contatto solo con ciò che dice e si aspetta il genitore.

    In queste due prime situazioni abbiamo visto come il vissuto positivo o negativo del genitore condizioni l’aspettativa che esso ha sul figlio.

    QUANDO LA CENTRATURA DEL GENITORE E’ SU DI SE’, PRODUCE ASPETTATIVE CONDIZIONANTI PER IL FIGLIO. QUESTA IMPOSTAZIONE NON AIUTA IL FIGLIO NELLA INDIVIDUAZIONE E NELLA SCOPERTA DI SE’, ANZI LO ALLONTANA PERCHE’ LO IMPEGNA SOLO AD ASCOLTARE O FARE CIO’ CHE GLI DICE IL GENITORE (ragazzo mite). OPPURE LO IMPEGNA A FARE IL CONTRARIO DI CIO’ CHE GLI DICE IL GENITORE (ragazzo ribelle).

    Ma allora cosa funziona?

    Funziona …

    LA CENTRATURA DEL GENITORE SUL FIGLIO. QUESTO ATTEGGIAMENTO PRODUCE ASPETTATIVE LIBERANTI PER IL FIGLIO E  LO AIUTA A IDENTIFICARSI PIENAMENTE CON SE’ STESSO, CON LE PROPRIE CARATTERISTICHE E LE PROPRIE POTENZIALITA’.

    In questo caso il figlio sarà impegnato nella scoperta di sé e nel farlo non si sentirà solo ma accompagnato e supportato dal suo genitore. In questo caso più economico sarà il dispendio di energie e di tempo impiegato a crescere e apprendere perché il bambino/ragazzo sarà supportato e facilitato e non negato e ostacolato.

    Quindi possiamo dire che la discriminante tra una aspettativa castrante e una non castrante è la direzione di centratura e attenzione del genitore.

    Se noi vogliamo che il rapporto con nostro figlio sia caratterizzato da intimità e vicinanza, dobbiamo lavorare per creare questo tipo di relazione. E la prima cosa in assoluto da fare è: vedere, ascoltare, dare cittadinanza al figlio … essere in rapporto con lui .. non solo con noi stessi.

    Come genitore è importante che io sia centrato sui miei figli, perché questo atteggiamento funziona.

    Quindi:

    1. nel caso in cui mio figlio differisca pienamente dalla mia aspettativa, cercherò di cambiare   correggere la mia aspettativa interna non mio figlio (tipo di scuola; lavoro; realizzarsi nella professione o nella famiglia; ecc.)!

    1. In questa condizione c’è ascolto, accettazione e fiducia nei confronti del figlio.

    1. In questa condizione c’è interazione, cioè accoglienza, oltre che del mio mondo come genitore, anche del mondo del figlio. Da questo nasce il rapporto.

    Alla luce della nostra riflessione possiamo concludere dicendo che le aspettative che il genitore si crea nei confronti del figlio, sono di per sé ineliminabili. Possiamo definirle come l’esercizio a creare dentro noi uno spazio per il figlio. Tuttavia se esse sono suscettibili di correzione nel confronto con la realtà e col figlio, allora non diventano né dannose né condizionanti. Nel caso contrario diventano un ostacolo anche significativo allo sviluppo armonioso della personalità e della vita del figlio.

  • Neonato, il cucciolo dell’uomo. A cura di Monica Rebuffo

    I bambini nascono con alcuni bisogni primari, sia di tipo fisiologico che psicologico.  Rispondere a questi bisogni è fondamentale per la sua esistenza.

    Nutrire, coprire e lavare il neonato, è importante, tanto quanto, accarezzarlo e toccarlo.  il contatto fisico e le carezze, permettono al neonato di costruire l’identità corporea, cioè di sapere che ha le braccia, le gambe, il corpo.  Tutto questo rappresenta il prerequisito per la successiva esperienza di distinzione tra sé e gli altri.  In questo periodo infatti,  il bambino si percepisce un tutt’uno con la mamma,  e non sente ancora la propria esistenza come separata  dall’ambiente che lo accoglie e dalla persona che lo accudisce.

    In questa fase, i genitori competenti,  rispondono ai bisogni che il bambino esprime con il pianto,  che, a questa età, è l’unico mezzo comunicativo a sua disposizione.  Quando il piccolo è affamato e piange, sta esprimendo il suo dolore per i morsi della fame. Con il pianto ci chiede di prenderci cura di lui.  La risposta appropriata dei genitori (cioè farlo mangiare), gli permette di imparare che può fare qualcosa, in questo caso piangere,  per risolvere i propri problemi e sentirsi così adeguato. Sulla base di questa esperienza, potrà in seguito sperimentare nuovi modi per risolvere i propri problemi e sentirsi così efficace.

    Questo è anche il periodo in cui il bambino mostra le sue prime competenze. Ad esempio è in grado di sostenere il proprio peso (riflesso di piazzamento), di abbozzare un sorriso,  di esprimersi con un pianto diverso per ogni tipo di bisogno, legato alla fame, al dolore, alle carezze. Acquisendo l’abilità di sorridere, il bambino comincia ad utilizzare uno strumento per attirare  ed intrattenere le persone, in particolar modo la madre, sulla quale si concentra con un attaccamento quasi esclusivo, allo scopo di creare un punto di riferimento sicuro. In questa fase, il bambino può essere rassicurato dalla voce della mamma, dal succhiare non nutritivo e dall’essere cullato. 

    Se l’ambiente sociale è vivo e capace di rispondere alle richieste del bambino, egli maturerà istintiva fiducia in se stesso e verso l’ambiente circostante (“so cosa voglio e so come ottenerlo”).  Se l’ambiente sociale non reagisce ed è indifferente alle richieste del bambino,  egli maturerà tanta frustrazione e poca fiducia nelle sue capacità e nell’ambiente circostante.

    In questo primo stadio di sviluppo, difficilmente correremo il rischio di viziare il bambino, rispondendo alle sue richieste espresse attraverso il pianto. Lo vizieremo solo nel caso in cui,  la madre sostituendosi al bambino,  lo anticipa e non gli permette di esprimersi e di chiedere.  L’allenamento alla frustrazione, comincia sin da piccolissimo. Il bambino percepisce la fame, la esprime e tollera per qualche minuto l’arrivo del seno o del biberon. Quando il bambino non sperimenta frustrazione, perché viene sempre anticipato, non imparerà a tollerarla e drammatizzerà  ogni più piccolo stimolo. Al contrario, quando il bambino sperimenta troppa frustrazione,  perché non ascoltato nei suoi bisogni fisiologici o emotivi, non svilupperà fiducia nel mondo esterno, né percepirà valore o adeguatezza personale.

    Dal punto di vista esistenziale, il bisogno fondamentale del neonato è quello di cominciare a costruire la propria autostima e di sviluppare   fiducia in se stesso e nel mondo.

    C’è bisogno di imparare a desiderare                                                                                      Non lo insegneremo mai se  anticipiamo tutti i loro bisogni

    “UN PO’ DI FRUSTRAZIONE AIUTA A CRESCERE”