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  • ADOLESCENTI DEL TERZO MILLENIO, CONOSCERLI PER AMARLI

    ADOLESCENTI DEL TERZO MILLENIO, CONOSCERLI PER AMARLI

    Sempre più spesso siamo invasi da notizie di cronaca che ci comunicano dati allarmanti sul malessere dei giovani nella società odierna.

    L’età dei giovanissimi, coinvolti in eventi criminosi e disfunzionali, si abbassa sempre di più. Parliamo di spaccio, rapine, bullismo e cyberbullismo, sino ad arrivare all’induzione al suicidio, autolesionismo, disagio psichiatrico. Dal punto di vista sociologico, gli autori e le vittime di tali violenze non provengono esclusivamente da una specifica fascia della popolazione, quella più problematica; piuttosto, il fenomeno si estende trasversalmente a tutti i livelli sociali.

    Quando si riflette su questi temi, si tende spesso a concentrarsi sulla famiglia e sui genitori. Tuttavia, il fenomeno è più complesso e richiede una comprensione più approfondita del processo di crescita dei figli e dello sviluppo della società.

    Il ruolo della famiglia è estremamente influente alla nascita, ma tende a diminuire gradualmente man mano che i figli si avvicinano all’età adolescenziale. Questo periodo rappresenta la fase in cui i giovani dovrebbero cominciare a elaborare autonomamente le conoscenze acquisite fino a quel momento (regole, valori, competenze) e cominciare ad assumersi la responsabilità delle scelte che compiono e dei comportamenti che adottano. Tuttavia, sebbene il ruolo della famiglia sia fondamentale, non si possono attribuire ai genitori i comportamenti disfunzionali dei figli adolescenti.

    La responsabilità della famiglia è più accuratamente collegata alle carenze educative delle fasi precedenti che, quando presenti, non consentono la crescita e la maturazione psicologica e morale del ragazzo. Per questo motivo non è corretto associare semplicisticamente ai genitori la questione della responsabilità, che deve rimanere chiaramente attribuita ai giovani stessi. Può sembrare una dichiarazione contraddittoria e provocatoria, poiché i genitori effettivamente hanno la loro parte responsabilità. Tuttavia, tale affermazione contiene in sé la chiave per affrontare e compensare le fragilità dei figli e per correggere le nostre carenze educative.

    Riconoscendo ai giovani la loro crescita, gli permettiamo di assumersi la responsabilità dei propri successi e insuccessi, delle proprie debolezze e risorse. Nei percorsi di crescita regolari, li prepariamo per la vita futura; in quelli problematici, li supportiamo nella ripresa dalle cadute, favorendo l’apprendimento dagli errori commessi e promuovendo lo sviluppo di un atteggiamento più responsabile. Investendo in loro, esprimendo fiducia, perdonando gli errori e fornendo suggerimenti per migliorare, anziché giudicarli e sostituirli, offriamo loro l’opportunità di apprendere, di riflettere, di raggiungere obiettivi e di prendersi cura di sé e in seguito degli altri. In questo modo, recuperiamo il nostro ruolo di educatori, senza sostituirci a loro, ma riconoscendo il loro valore intrinseco.

    E ALLORA PERCHÉ, NONOSTANTE LE FAMIGLIE SI MUOVANO BENE SIN DALL’INIZIO O CORREGGANO IL TIRO STRADA FACENDO, LE COSE POSSONO NON ANDARE BENE LO STESSO?

    Gli studi sull’età evolutiva indicano che durante l’adolescenza, l’influenza dei pari rappresenta un fattore determinante per il comportamento dei giovani. Gli adolescenti sono particolarmente suscettibili all’influenza dei coetanei, a causa della loro maggiore sensibilità neurobiologica e della loro vulnerabilità al rifiuto sociale. È stato dimostrato che sono anche più propensi a correre rischi legali e sanitari, per evitare di essere rifiutati dal loro gruppo sociale. Ecco rivelata la causa di tanti comportamenti a rischio. Non dimentichiamo, inoltre, che il cervello degli adolescenti è ancora immaturo, dato che la corteccia prefrontale giunge a maturazione intorno ai vent’anni. Tale parte del cervello è responsabile: della regolazione delle emozioni, dei processi decisionali, della capacità di pianificazione per raggiungere obiettivi realistici, dell’organizzazione e delle competenze pro-sociali.

    In realtà, l’adolescente che cerca sé stesso allontanandosi gradualmente dai genitori, che si integra nel gruppo dei pari, che punta alla sua accettazione sociale e che sperimenta differenti comportamenti, sta seguendo un percorso di sviluppo naturale. Questo comportamento è sano, appropriato e conforme al processo evolutivo previsto.

    Un ragazzo che da bambino è stato sufficientemente educato:

    • alla gestione della frustrazione,
    • all’alfabetizzazione emotiva,
    • all’assunzione delle sue responsabilità, piccole da piccolo e sempre maggiori crescendo,
    • al rispetto degli altri,
    • alla collaborazione e a una sana competizione,
    • alla ricerca del senso della vita

    sarà maggiormente capace di muoversi nel mondo, senza fare gravi danni a sé stesso e agli altri. Lo farà sperimentando, sbagliando, imparando, per arrivare, infine ad affermarsi costruttivamente. Quindi, anche nella migliore delle ipotesi educative, il percorso dell’adolescente e dei suoi genitori non è lineare. Se a queste considerazioni, aggiungiamo ancora la variabile: influenza dei coetanei, ci rendiamo conto come è importante continuare a guidare i preadolescenti e gli adolescenti con regole condivise, limiti chiari e la capacità di risolvere i conflitti, imponendo restrizioni quando necessario.

    La grande influenzabilità dei giovani non parla necessariamente di fragilità caratteriale strutturale, ma più realisticamente di immaturità. Gli educatori devono metterla in conto come caratteristica fisiologica di questa fase evolutiva, relazionandosi in modo adulto ed educativo, e consentendo loro di assumersi la responsabilità delle conseguenze positive e negative delle proprie azioni. È solo sperimentando in prima persona, che si comprende profondamente, si elabora e si cresce. Quindi il percorso adolescenziale, realisticamente parlando, non sarà semplicemente positivo, ma turbolentemente positivo.

    L’adolescenza può essere vista come una fase di transizione critica, caratterizzata da fluttuazioni emotive, sfide e sviluppi significativi. Per facilitare il processo di crescita dall’infanzia all’età adulta, è essenziale comprendere e accettare questo percorso. Essere preparati psicologicamente e sostenere adeguatamente i giovani può rendere la maturazione più agevole e accelerare l’acquisizione di autonomia, pensiero critico e responsabilità.

    Il rapporto affettivo tra genitore e figlio si intensifica durante questa fase. Tuttavia, è fondamentale che il genitore mantenga un ruolo adeguato, evitando di assumere funzioni non appropriate come quella dell’amico, dello psicologo o dell’avvocato. Il genitore deve stabilire regole chiare, offrire fiducia, dialogare e condividere esperienze, fornendo spiegazioni sui comportamenti che conducono al successo o al fallimento. Deve inoltre perdonare, insegnare e permettere al giovane di sperimentare autonomamente, avendo fiducia nelle sue capacità. Questo approccio favorisce una crescita costruttiva sia per il genitore che per il figlio, superando le difficoltà tipiche dell’adolescenza.

  • PADRI E PATERNITA’ a cura di Monica Rebuffo

    PADRI E PATERNITA’ a cura di Monica Rebuffo

    Cosa ci succede quando progettiamo di avere un figlio, quando lo sogniamo o lo vediamo crescere? Quali sono le funzioni di un buon padre? Le caratteristiche che lo rendono tale? Queste e altre domande si affacciano alla nostra mente, quando ci avviciniamo col pensiero o nella realtà, a questa esperienza.

    Il cucciolo dell’uomo, rispetto ad altre specie, ha bisogno di un accudimento decisamente maggiore, che dura per buona parte dell’infanzia, e necessita di un codice materno predominante, che nutre, si prende cura, custodisce e protegge. Crescendo però, è essenziale che il ruolo del materno diminuisca e aumenti quello paterno.

    Tre buoni aggettivi per descrivere il codice paterno sono:

    • Responsabile: sa prendersi cura
    • Coinvolto: sa sperimentare il piacere, e non solo il dovere, di stare col figlio
    • Disponibile emotivamente: sa accogliere

    Il ruolo paterno è cambiato nel tempo: l’autoritarismo dei nostri nonni ha perso di legittimità. Oggi i padri sono alla ricerca di una relazione più serena e intima con i propri figli, che però non deve perdere di autorevolezza. I padri hanno il codice delle norme e delle regole, ma hanno anche quello delle emozioni, dell’intimità e degli affetti. Si differenziano dalle mamme, perché hanno meno ansie protettive e sono più abili nel facilitare i comportamenti di esplorazione del mondo e delle relazioni, permettendo la fuoriuscita dal nido.

    L’ autorevolezza di cui abbiamo parlato, necessita della capacità di esercitare un ruolo di contenimento e di argine, che chiaramente può provocare conflitti coi figli. Questo diventa, molto spesso, il punto di criticità, perché oggi i genitori vorrebbero essere solo amici. Ma i figli hanno bisogno anche di altro, per esempio, della nostra capacità di esercitare una giusta distanza, che non è affettiva ma educativa. Hanno bisogno che i genitori sostengano anche quell’elemento conflittuale che permetta loro di tirare fuori tutte le loro risorse e di farcela.

    Il padre oggi ha a disposizione strumenti più raffinati degli ordini e delle punizioni, ad esempio, le regole e il coraggio del confronto, che può diventare anche conflitto.

    L’adolescente ha necessità di un padre, che sappia comunicare che la regola non è un impedimento, ma la definizione dello spazio in cui potersi muovere liberamente. Se la regola è chiara, adeguata e contestuale, e dagli 11 anni anche negoziata, sarà uno strumento prezioso, per aiutare i figli a diventare autonomi e responsabili.  È il padre che accompagna nelle scoperte, che recupera i figli quando cadono, che li rimette in piedi. Il padre sta accanto senza sostituirsi, permettendo l’esperienza e la sperimentazione, anche fino al fallimento quando è necessario.

    Per poter uscire dalla tentazione del risucchio dell’infanzia, l’adolescente ha bisogno della “resistenza” del padre, che lo conduce a vedere oltre, e a saltare lo steccato per trovare la propria strada. Se non troverà questo argine in famiglia, a scuola, nello sport, in oratorio, si disperderà e non riuscirà a tirare fuori i propri talenti e la propria individualità, e noi non avremmo assolto appieno il nostro ruolo di facilitatori della sua crescita.

    Ai nostri figli, non dobbiamo donare solo amore generalizzato, ma essere in grado di introdurre ciò di cui hanno bisogno, per crescere e diventare autonomi.

  • EMERGENZA EDUCATIVA. A cura di Monica Rebuffo

    EMERGENZA EDUCATIVA. A cura di Monica Rebuffo

    I quattro pilastri dell’educazione che permettono in modo naturale lo sviluppo della persona, dal bambino all’adulto, sono: l’educazione alle emozioni; l’educazione alla frustrazione; lo sviluppo e l’apprendimento di competenze; l’educazione all’interiorità.

    Quando nel processo di crescita manca uno dei punti sopra menzionati, qualsiasi esso sia, trasformiamo la nostra potenzialità educativa in rischio. Pertanto, al bambino mancherà un pilastro portante sul quale costruire la propria persona e la stessa potrebbe risultare fragile o instabile. Quando succede che vengono meno due o più di queste facilitazioni alla crescita, ci troveremo in una situazione di vera e propria emergenza educativa, che renderà più probabile per i nostri bambini e ragazzi, lo sviluppo di problematiche psicologiche e del comportamento.

    Nel momento storico che stiamo attraversando, dove la velocità della tecnologia e l’importanza dell’apparire, stanno sostituendo i naturali tempi di metabolizzazione delle esperienze e la realtà della vita, i passaggi più difficili da attuare a livello educativo sono: la gestione della frustrazione e l’educazione all’interiorità.

    Ma andiamo con ordine.

    1. EDUCAZIONE ALLE EMOZIONI. Promuovere un’alfabetizzazione emotiva permette ai bambini e ai ragazzi di comprendere il proprio mondo interno, di imparare a immedesimarsi negli altri e di sviluppare empatia. L’aiuto dei genitori e degli insegnanti, in questo ambito, può aiutare i ragazzi ad esplorare quello che sentono, a dargli un nome, a guardarlo e affrontarlo se necessario, senza reprimerlo, al fine di permettere la maturazione di individui realmente autonomi e compiuti.
    2. EDUCAZIONE ALLA FRUSTRAZIONE. Goleman, il padre dell’intelligenza emotiva, ci suggerisce come il reale successo di un individuo dipenda dall’incontro tra il talento e la capacità di sopportare la fatica e la sconfitta. Senza fatica non c’è successo. Nella vita reale non è sempre possibile evitare la frustrazione, allora cerchiamo di usarla per rafforzarci, imparando a tollerarla. Il che significa: allenare i nostri bambini e ragazzi: all’attivazione, alla pazienza, all’impegno, all’aiutare gli altri, al fare fatica fisica ed emotiva; ma significa anche: non sostituirci a loro, insegnargli a pensare, tollerare gli errori che compiono quando agiscono, insegnandogli ad apprendere anche attraverso l’insuccesso, non volerli perfetti e totalmente sotto controllo.
    3. SVILUPPO E APPRENDIMENTO DI COMPETENZE. Naturalmente per sentirci capaci e sicuri abbiamo bisogno di sviluppare conoscenze e competenze. Nel percorso scolastico, ma anche in ogni altra situazione di vita, dallo sport al lavoro, dal volontariato alle relazioni sociali, dalla gestione della salute a quella della casa. Tutto è stimolo alla conoscenza. Rinforziamo la loro curiosità e l’iniziativa, e non avalliamo la loro pigrizia.
    4. EDUCAZIONE ALL’INTERIORITA’. I ragazzi crescendo, hanno bisogno di appropriarsi del proprio atteggiamento relazionale, che si esprime nei rapporti con gli altri e con la comunità; ma anche nella relazione con la profondità del proprio sé e con l’altezza di ciò che va oltre la sua realtà empirica, abbracciando l’orizzonte etico-valoriale, fino a raggiungere, per chi sceglie, la relazione con il Tu di Dio.

    Il bambino che diventa ragazzo ha bisogno di sostituire gradualmente il dialogo esterno con le figure di riferimento, con un dialogo interno dove prima di parlare e di agire, si confronta con sé stesso, riflette sui pro e sui contro, sceglie cosa dire e cosa fare. Questo percorso così importante accompagna il ragazzo fuori dall’impulsività dell’infanzia e dell’adolescenza, e gli permette una riflessività che aumenta le possibilità di successo nelle situazioni di vita.

    Come spesso sottolineiamo nelle nostre riflessioni, non è necessario essere genitori perfetti, per facilitare i nostri figli. È sufficiente essere persone autentiche, realisticamente interessate al loro bene, che provano, imparando dagli errori, a fare del proprio meglio, accettando le imperfezioni. Se ci muoviamo con questa umanità, senza trascurare completamente nessuno dei 4 punti elencati, saremo sicuramente dei buoni allenatori nel loro percorso di crescita e, a buon titolo, coautori del capolavoro che possono diventare.

  • BISOGNO DI MATERNITA’ a cura di Monica Rebuffo

    BISOGNO DI MATERNITA’ a cura di Monica Rebuffo

    La maternità non è un processo lineare, garantito dalla natura e dall’istinto, ma è un evento che racchiude in sé la complessità e la conflittualità che è propria di ogni vita e di ogni vita che si incontra.

    Desiderio per la psicologia è la forma umana del bisogno di sopravvivere e procreare che esiste in ogni essere vivente. Il desiderio a differenza del bisogno istintuale, vuole essere riconosciuto ancor prima che appagato; solo così può tradursi in ambizione consapevole e rendere quel genitore adulto.

    Credo di poter dire, senza timori di smentita, che il desiderio di maternità sia proprio delle madri, mentre il bisogno di maternità sia proprio dei figli.

    Tutti noi siamo figli. Siamo figli di un grembo che ci ha generato e di un seme che ci ha definito nel nostro genere. Siamo figli dell’uomo e siamo figli di Dio. E in quanto figli abbiamo bisogno di quella relazione col creatore/Creatore, per esistere e per divenire pienamente noi stessi.

    Ecco che il significato di quella parola “bisogno” comincia a chiarirsi spontaneamente. 

    È in quella relazione che si manifesta il bisogno. È di quella relazione che si ha bisogno.

    Può essere una relazione qualsiasi? No. Deve essere una relazione d’amore. Perché al di là della sopravvivenza fisica – aspetto importantissimo, ma sul quale non ci soffermeremo nella nostra riflessione – esiste una persona che è altro oltre al corpo. È emozioni, pensiero, anima. E sono proprio queste dimensioni che chiedono attenzione, nutrimento e rispetto. Sono proprio queste grandezze che necessitano di un materno che si prenda cura e che faccia crescere.

    Tutto questo richiede intenzionalità della madre e capacità di farsi da parte con il proprio ego. Richiede la necessità di uscire dalla relazione chiusa e narcisistica che ci sollecita questa nostra epoca, per continuare ad essere quel grembo che nutre e accompagna, anche dopo i nove mesi di gestazione. Richiede la capacità di   essere al servizio di un’altra vita, senza che questo la faccia sentire sminuita o sacrificata.  Tutto questo è prezioso e importante per il figlio, tanto quanto per la madre, che continua a crescere con lui.

    Ecco allora che il bisogno di maternità del figlio, quando esaudito, centuplica gli effetti positivi della cura della madre, divenendo crescita anche per lei e per gli altri rapporti che quella madre intesse nel mondo.

  • Le aspettative dei genitori sui figli: possibili danni. A cura di Monica Rebuffo

    Figli è quello che siamo, genitori probabilmente è quello che diventeremo. Proveniamo dalla stessa acqua, dalla stessa sorgente e andiamo verso lo stesso mare in un ciclo di trasformazione di una cosa nell’altra. Erickson

    E’ il ciclo della vita. Che si trasforma e ci trasforma accompagnandoci nelle sue diverse stagioni in ruoli diversi. Così da figli diventiamo genitori. Da genitori diventiamo nonni, zii, amici dei nostri bambini e ragazzi. E ancora, verso la fine della nostra vita diveniamo nuovamente figli dei nostri coniugi e dei nostri figli che ci accudiscono e ci accompagnano verso l’imbrunire e la notte della nostra esistenza terrena.

    La nostra vita si arricchisce e ci arricchisce di nuovi ruoli, di nuove sfaccettature senza, però, mai perdere le precedenti. Diventiamo genitori ma continuiamo sempre, per tutta la vita a rimanere anche figli.

    Allora questa essenza incancellabile, questa esperienza razionale ma anche viscerale di figli che siamo e siamo stati, non può non incidere nel bene e nel male sul nostro divenire genitori.

    Per noi genitori, i figli saranno sempre una proiezione esteriore di noi stessi. A qualsiasi età saranno sempre una parte di noi, nel bene e nel male. Allora cerchiamo di mettere a fuoco in quale modo costruttivo e liberante le nostre aspettative ineliminabili possono incidere sul percorso di individuazione di sé dei nostri figli.

    L’aspettativa del genitore è la sua tendenza a proiettare sul figlio il suo ideale di figlio

    Abbiamo già sottolineato nella nostra premessa quanto il nostro essere genitori venga condizionato e inquinato, nel bene e nel male, dalla nostra esperienza di essere stati figli, ma anche dal modello di genitori che a nostra volta abbiamo avuto.

    Proviamo a tradurre la nostra definizione in maniera più concreta e diciamo che il nostro concetto ideale, nasce e cresce su di noi.

    Per esempio, può nascere sui nostri bisogni insoddisfatti, sui nostri sogni, sulle nostre realizzazioni mancate, nello sport, nella scuola, nel lavoro. Ecco allora che il nostro figliuolo si trova implicitamente a dover soddisfare bisogni, sogni, ambizioni che noi non siamo riusciti, per vari motivi, a realizzare. Lui dovrebbe o potrebbe farlo … per noi. In questa categoria, rientrano anche tutti gli errori che noi abbiamo compiuto e che loro non possono permettersi di compiere, perché con il loro successo e la loro riuscita possono risarcire anche noi! In questo primo caso il genitore è insoddisfatto (poco o tanto) di sé e/o della sua esistenza e le sue aspettative ricalcano un idea di risarcimento implicito … ma a volte anche esplicito … da realizzare, attraverso questa parte di noi che sono i figli.

    C’è poi la situazione opposta, quando il genitore è soddisfatto di sé e della sua esistenza e vorrebbe o si aspetta che il figlio ricalchi pienamente le sue orme. Cioè che faccia sostanzialmente tutto ciò che lui o lei hanno fatto o suggeriscono. Poiché essendo e/o sentendosi delle persone realizzate ritengono di essere “esperti” del campo. Quindi sarebbe sciocco per il figlio non approfittare di questa fortuna … per evitare eventuali errori o sofferenze! Il problema in questo caso, non è il fatto che i genitori siano esperti del loro “campo” (se stessi), la qual cosa è sicuramente ottima. Ma è, che ritengano di essere esperti anche del “campo” del figlio, la qual cosa non è assolutamente possibile. Ciò che sanamente questi genitori potrebbero fare è aiutare i figli a diventare esperti di se stessi, imparando a conoscersi e a stimolarsi, dando loro spazio, ascolto e visibilità. Nella pratica educativa, pertanto, non è utile  dire ai figli tutto ciò che devono fare, come lo devono fare e perché lo devono fare. Perché in questo modo li allontaniamo dall’ascolto e dalla conoscenza di sé, dato che devono essere in contatto solo con ciò che dice e si aspetta il genitore.

    In queste due prime situazioni abbiamo visto come il vissuto positivo o negativo del genitore condizioni l’aspettativa che esso ha sul figlio.

    QUANDO LA CENTRATURA DEL GENITORE E’ SU DI SE’, PRODUCE ASPETTATIVE CONDIZIONANTI PER IL FIGLIO. QUESTA IMPOSTAZIONE NON AIUTA IL FIGLIO NELLA INDIVIDUAZIONE E NELLA SCOPERTA DI SE’, ANZI LO ALLONTANA PERCHE’ LO IMPEGNA SOLO AD ASCOLTARE O FARE CIO’ CHE GLI DICE IL GENITORE (ragazzo mite). OPPURE LO IMPEGNA A FARE IL CONTRARIO DI CIO’ CHE GLI DICE IL GENITORE (ragazzo ribelle).

    Ma allora cosa funziona?

    Funziona …

    LA CENTRATURA DEL GENITORE SUL FIGLIO. QUESTO ATTEGGIAMENTO PRODUCE ASPETTATIVE LIBERANTI PER IL FIGLIO E  LO AIUTA A IDENTIFICARSI PIENAMENTE CON SE’ STESSO, CON LE PROPRIE CARATTERISTICHE E LE PROPRIE POTENZIALITA’.

    In questo caso il figlio sarà impegnato nella scoperta di sé e nel farlo non si sentirà solo ma accompagnato e supportato dal suo genitore. In questo caso più economico sarà il dispendio di energie e di tempo impiegato a crescere e apprendere perché il bambino/ragazzo sarà supportato e facilitato e non negato e ostacolato.

    Quindi possiamo dire che la discriminante tra una aspettativa castrante e una non castrante è la direzione di centratura e attenzione del genitore.

    Se noi vogliamo che il rapporto con nostro figlio sia caratterizzato da intimità e vicinanza, dobbiamo lavorare per creare questo tipo di relazione. E la prima cosa in assoluto da fare è: vedere, ascoltare, dare cittadinanza al figlio … essere in rapporto con lui .. non solo con noi stessi.

    Come genitore è importante che io sia centrato sui miei figli, perché questo atteggiamento funziona.

    Quindi:

    1. nel caso in cui mio figlio differisca pienamente dalla mia aspettativa, cercherò di cambiare   correggere la mia aspettativa interna non mio figlio (tipo di scuola; lavoro; realizzarsi nella professione o nella famiglia; ecc.)!

    1. In questa condizione c’è ascolto, accettazione e fiducia nei confronti del figlio.

    1. In questa condizione c’è interazione, cioè accoglienza, oltre che del mio mondo come genitore, anche del mondo del figlio. Da questo nasce il rapporto.

    Alla luce della nostra riflessione possiamo concludere dicendo che le aspettative che il genitore si crea nei confronti del figlio, sono di per sé ineliminabili. Possiamo definirle come l’esercizio a creare dentro noi uno spazio per il figlio. Tuttavia se esse sono suscettibili di correzione nel confronto con la realtà e col figlio, allora non diventano né dannose né condizionanti. Nel caso contrario diventano un ostacolo anche significativo allo sviluppo armonioso della personalità e della vita del figlio.

  • L’ARTE DI EDUCARE. Crescere insieme! A cura di Monica Rebuffo

    Educare, significa portare fuori dal figlio, l’unicità che è presente in lui. Questa esperienza di crescita, coinvolge il figlio ed il genitore insieme, così che entrambi beneficino l’uno dell’altro, come in una danza, attraverso l’esperienza, l’amore e l’intenzionalità, il supporto, la comprensione e la libertà.

    In che modo?

    • 1° ingrediente. L’AUTENTICITA’: anteporre la sincerità e l’onestà, all’assunzione di un ruolo.

    Ciò significa essere persone, prima ancora che genitori, non lasciandoci condizionare da principi e valori esterni e rigidi, ma essendo attenti al qui e ora della relazione. Se per esempio, il mio manuale di “buon genitore” mi suggerisce di essere sempre coerente nel mio comportamento coi figli, evitando di cambiare idea una volta presa una posizione, difficilmente potrò essere autentica.

    Capiterà che nuovi “dati” portati da mio figlio … 

    “prendo coscienza che quell’uscita con gli amichetti è importante, non solo per divertirsi, ma anche e soprattutto, perché finalmente si sente a suo agio con qualcuno”

    O miei momenti diversi ….

    “non sono più stanca o preoccupata per qualcosa”

    … mi facciano cambiare idea.

    Cambiare idea, perché abbiamo individuato un’esigenza profonda e utile, alla crescita di nostro figlio o perché ci siamo resi conto, di aver drammatizzato suoi comportamenti, per stanchezza e preoccupazione nostra, è molto diverso, dal cedere alle sue insistenze e dal non reggere la collera del bimbo.

    Quindi, fidiamoci un po’ di più del nostro buon senso e se qualche volta ci troveremo in queste circostanze, scegliamo di essere noi stessi e, attraverso il dialogo, spieghiamoci e ricerchiamo con serenità, il contatto con loro!

    • 2° ingrediente. L’EMPATIA: comprendere e intuire i sentimenti dell’altro, mettendoci nei suoi panni,

    come se” quei panni fossero i nostri

    L’empatia, presuppone il mettere temporaneamente il silenziatore ai nostri personali vissuti, valori, punti di riferimento, per assumere provvisoriamente quelli dell’altro.

    Solo se saremo capaci di calarci nei panni del figlio, riusciremo, per esempio, a vedere e a sentire tutta la paura e il timore, di essere sostituito da un fratello in arrivo. Ecco allora che il suo regredire attraverso atteggiamenti più infantili della sua età, non è semplicemente un capriccio, ma un comportamento funzionale al suo bisogno, di essere coccolato e rassicurato. Pensare che nostro figlio sia spaventato, è molto diverso dal pensarlo cattivo od egoista e, questi due diversi pensieri, attivano atteggiamenti nei suoi confronti, altrettanto diversi.

    Essere empatici, significa cogliere il vissuto dei figli con i loro occhi e le loro orecchie, questo ci porterà a comprenderli davvero dal profondo. Così facendo, in modo spontaneo e senza nessun insegnamento esplicito, anche i nostri figli impareranno ad essere empatici con noi.

    • 3° ingrediente. L’ACCETTAZIONE POSITIVA INCONDIZIONATA: lasciar essere l’altro così com’è, senza condizioni di sorta

    L’accettazione di cui parliamo, riguarda la persona, non i suoi comportamenti o le sue idee. Possiamo non condividere un comportamento di nostro figlio, ma accettare ugualmente il bambino. Il contesto di amore e accettazione che egli respirerà, gli consentirà di ascoltare a sua volta le correzioni o i suggerimenti del genitore, dimostrandosi così disponibile al cambiamento. Se al contrario, il bambino non si sentirà accettato, tenderà a difendersi e a rispondere a sua volta con il linguaggio della non accettazione, contribuendo all’esacerbazione del conflitto.

    L’accettazione rispecchia il rispetto profondo per il bambino e la piena libertà a lui concessa.

    Nel percorso di crescita, quando parliamo di libertà non ci riferiamo al …

    FARE TUTTO QUELLO CHE CI PARE

    ma alla libertà di

    ESSERE SE STESSI

    Una persona libera, non è quella che fa ciò che vuole, ma quella che fa delle scelte, che la rendono se stessa, esprimendo le sue vere aspirazioni.

    L’amore autentico e profondo verso i nostri figli, non cerca di renderli uguali a noi, ma li aiuta diventare se stessi. Più diventano se stessi e più si differenziano. Un figlio, più si sentirà accolto nella sua diversità e unicità, più si sentirà amato e darà amore. Più sarà rispettato e aiutato a crescere nelle sue qualità e caratteristiche, più saprà rispettare, accogliere e amare l’altro.

    In questo clima di accettazione e rispetto, i figli acquisiscono nuove competenze e correggono i propri sbagli, in modo naturale e spontaneo.

    Noi genitori sapremo esprimere il nostro amore e la nostra intenzionalità, facilitando al tempo stesso la crescita armonica del bambino, quanto più il nostro atteggiamento di base sarà impregnato di questi tre atteggiamenti: autenticità, empatia e accettazione positiva incondizionata.

    E per concludere con una simpatica metafora:

    dopo aver messo le “mani in pasta”, gusteremo insieme ai nostri figli i numerosi manicaretti che avremo saputo preparare con questi semplici tre ingredienti, conditi con l’olio dell’amore, il sale della unicità e l’aceto dei nostri limiti e delle nostre stanchezze!

    BUON A CRESCITA e BUON APPETITO a tutti!

  • Genitori si diventa. A cura di Monica Rebuffo

    Una delle cose che più spesso sento dire, a proposito dell’essere genitori, riguarda la fatica e la frustrazione che questo ruolo comporta. Alle riunioni a scuola, al catechismo, al campo sportivo, non c’è luogo d’incontro per noi genitori dove parlare del costo e della preoccupazione che il figlio rappresenta nella nostra vita, non sia in primo piano.

    Questo accade, non perché non siamo contenti di noi, dei nostri figli o del nostro rapporto, ma perché spesso diamo per scontata la gioia, la soddisfazione e l’amore che ci unisce.

    Al contrario, quando ci poniamo con un atteggiamento positivo, cadiamo spesso nell’esaltazione del piccolo/a (“non per dire ma mio figlio è l’unico capace …”; “lui non attacca mai briga”; “non ha mai rotto un gioco in vita sua”; “è rispettosa e non fa mai i capricci”; ecc.), rischiando di essere emarginati dagli altri genitori, che finiscono per considerarci esagerati e fuori dal mondo.

    Ci sono molti motivi che ci spingono a cadere nell’uno o nell’altro atteggiamento di fondo, ma non è questa la sede di approfondimento di ciò.

    Quello sul quale ci va di soffermarci invece, è l’idea che, tutto quanto rappresenti il positivo, la gioia, la felicità, la capacità, non sia degno di essere riconosciuto e condiviso con i nostri figli, probabilmente perc già soddisfacente e presente. Al contrario, tutto quello che rappresenta il costo, il limite, l’incapacità e l’errore, possa e debba diventare l’unica modalità di espressione e condivisione, probabilmente per migliorare e non perdere di vista la loro crescita .

    Ciò su cui abbiamo riflettuto sino ad ora, riguarda la modalità positiva o negativa di parlare dei nostri figli.

    E se parlare dei loro limiti e delle loro potenzialità non fosse l’unico e il miglior modo? A chi serve? Forse a noi per sfogarci e scaricare la paura di non essere buoni genitori? Per consolarci a vicenda? “Mal comune mezzo gaudio” recita un proverbio.

    Ma allora, se parlassimo di noi -genitori- anziché di loro -figli- descrivendo vissuti, emozioni e pensieri che i loro comportamenti ci suscitano. Non sarebbe forse meglio?

    Nel parlare di noi, cerchiamo di non dare nulla per scontato, specialmente e principalmente la gioia e l’amore di essere genitori.

    Questo è di sicuro il primo passo per costruire un terreno solido su cui appoggiare la nostra relazione. Questa gioia, non la dobbiamo mai dimenticare, neppure quando ci rompono il nostro vaso preferito o quando ci macchiano il muro appena ridipinto o quando scopriamo che hanno marinato la scuola. Anzi, è proprio “lei”, che ci consente di non lasciarci travolgere dalla rabbia o dallo sconforto.

    Cerchiamo di condividere la gioia di essere genitori, con tutti, ma specialmente con i nostri bambini e ragazzi. Facciamogli sentire quanto entusiasmo e quanto amore proviamo per il solo fatto che esistono, piuttosto che limitare il nostro rapporto a premiarli o punirli, in funzione di ciò che hanno fatto (cosa necessaria ma non sufficiente). Facciamo emergere i veri e profondi sentimenti verso di loro.

    Dire un “ti amo” o un “mi piaci” così a sproposito, spesso casualmente, non può far altro che consolidare il terreno sul quale si appoggia il rapporto con nostro figlio. Il terreno, così come il rapporto, dipende anche da me genitore, non solo dai comportamenti e dai modi di essere di mio figlio.

    Proviamo ad ascoltare dentro di noi, quanto bene ci fa stare il sentirci dire spontaneamente: “ti voglio bene”, “sei la/il migliore mamma/papà del mondo”, “sei la più bella e la più brava”, “non ti cambierei con nessuno”, …

    E noi facciamo altrettanto con loro?

    Sono abituata a farlo sentire speciale per il solo fatto che è lui il mio bambino/ragazzo? Non tanto per le sue buone o cattive prestazioni, ma per il fatto di essere se stesso? Di quanta gioia mi dia il solo fatto che esiste?

    A volte ci accorgiamo dell’importanza o della significatività dell’altro quando per qualsiasi motivo si allontana da noi.

    Pro memoria per i genitori

    Oggi, domani e dopodomani, quando sto cucinando, mentre leggiamo insieme una fiaba o quando faccio i lavori di casa, lo chiamo intenzionalmente (se ragazzo: gli mando un sms) e voglio ricordarmi di dirgli:

     

    Bigliettino da compilare e tenere sempre in vista nel portafoglio, per non dimenticare di riconoscere ai figli, tutta la gioia che ci restituisce il solo fatto che esistano