Categoria: Ansia e Panico

  • ADOLESCENTI DEL TERZO MILLENIO, CONOSCERLI PER AMARLI

    ADOLESCENTI DEL TERZO MILLENIO, CONOSCERLI PER AMARLI

    Sempre più spesso siamo invasi da notizie di cronaca che ci comunicano dati allarmanti sul malessere dei giovani nella società odierna.

    L’età dei giovanissimi, coinvolti in eventi criminosi e disfunzionali, si abbassa sempre di più. Parliamo di spaccio, rapine, bullismo e cyberbullismo, sino ad arrivare all’induzione al suicidio, autolesionismo, disagio psichiatrico. Dal punto di vista sociologico, gli autori e le vittime di tali violenze non provengono esclusivamente da una specifica fascia della popolazione, quella più problematica; piuttosto, il fenomeno si estende trasversalmente a tutti i livelli sociali.

    Quando si riflette su questi temi, si tende spesso a concentrarsi sulla famiglia e sui genitori. Tuttavia, il fenomeno è più complesso e richiede una comprensione più approfondita del processo di crescita dei figli e dello sviluppo della società.

    Il ruolo della famiglia è estremamente influente alla nascita, ma tende a diminuire gradualmente man mano che i figli si avvicinano all’età adolescenziale. Questo periodo rappresenta la fase in cui i giovani dovrebbero cominciare a elaborare autonomamente le conoscenze acquisite fino a quel momento (regole, valori, competenze) e cominciare ad assumersi la responsabilità delle scelte che compiono e dei comportamenti che adottano. Tuttavia, sebbene il ruolo della famiglia sia fondamentale, non si possono attribuire ai genitori i comportamenti disfunzionali dei figli adolescenti.

    La responsabilità della famiglia è più accuratamente collegata alle carenze educative delle fasi precedenti che, quando presenti, non consentono la crescita e la maturazione psicologica e morale del ragazzo. Per questo motivo non è corretto associare semplicisticamente ai genitori la questione della responsabilità, che deve rimanere chiaramente attribuita ai giovani stessi. Può sembrare una dichiarazione contraddittoria e provocatoria, poiché i genitori effettivamente hanno la loro parte responsabilità. Tuttavia, tale affermazione contiene in sé la chiave per affrontare e compensare le fragilità dei figli e per correggere le nostre carenze educative.

    Riconoscendo ai giovani la loro crescita, gli permettiamo di assumersi la responsabilità dei propri successi e insuccessi, delle proprie debolezze e risorse. Nei percorsi di crescita regolari, li prepariamo per la vita futura; in quelli problematici, li supportiamo nella ripresa dalle cadute, favorendo l’apprendimento dagli errori commessi e promuovendo lo sviluppo di un atteggiamento più responsabile. Investendo in loro, esprimendo fiducia, perdonando gli errori e fornendo suggerimenti per migliorare, anziché giudicarli e sostituirli, offriamo loro l’opportunità di apprendere, di riflettere, di raggiungere obiettivi e di prendersi cura di sé e in seguito degli altri. In questo modo, recuperiamo il nostro ruolo di educatori, senza sostituirci a loro, ma riconoscendo il loro valore intrinseco.

    E ALLORA PERCHÉ, NONOSTANTE LE FAMIGLIE SI MUOVANO BENE SIN DALL’INIZIO O CORREGGANO IL TIRO STRADA FACENDO, LE COSE POSSONO NON ANDARE BENE LO STESSO?

    Gli studi sull’età evolutiva indicano che durante l’adolescenza, l’influenza dei pari rappresenta un fattore determinante per il comportamento dei giovani. Gli adolescenti sono particolarmente suscettibili all’influenza dei coetanei, a causa della loro maggiore sensibilità neurobiologica e della loro vulnerabilità al rifiuto sociale. È stato dimostrato che sono anche più propensi a correre rischi legali e sanitari, per evitare di essere rifiutati dal loro gruppo sociale. Ecco rivelata la causa di tanti comportamenti a rischio. Non dimentichiamo, inoltre, che il cervello degli adolescenti è ancora immaturo, dato che la corteccia prefrontale giunge a maturazione intorno ai vent’anni. Tale parte del cervello è responsabile: della regolazione delle emozioni, dei processi decisionali, della capacità di pianificazione per raggiungere obiettivi realistici, dell’organizzazione e delle competenze pro-sociali.

    In realtà, l’adolescente che cerca sé stesso allontanandosi gradualmente dai genitori, che si integra nel gruppo dei pari, che punta alla sua accettazione sociale e che sperimenta differenti comportamenti, sta seguendo un percorso di sviluppo naturale. Questo comportamento è sano, appropriato e conforme al processo evolutivo previsto.

    Un ragazzo che da bambino è stato sufficientemente educato:

    • alla gestione della frustrazione,
    • all’alfabetizzazione emotiva,
    • all’assunzione delle sue responsabilità, piccole da piccolo e sempre maggiori crescendo,
    • al rispetto degli altri,
    • alla collaborazione e a una sana competizione,
    • alla ricerca del senso della vita

    sarà maggiormente capace di muoversi nel mondo, senza fare gravi danni a sé stesso e agli altri. Lo farà sperimentando, sbagliando, imparando, per arrivare, infine ad affermarsi costruttivamente. Quindi, anche nella migliore delle ipotesi educative, il percorso dell’adolescente e dei suoi genitori non è lineare. Se a queste considerazioni, aggiungiamo ancora la variabile: influenza dei coetanei, ci rendiamo conto come è importante continuare a guidare i preadolescenti e gli adolescenti con regole condivise, limiti chiari e la capacità di risolvere i conflitti, imponendo restrizioni quando necessario.

    La grande influenzabilità dei giovani non parla necessariamente di fragilità caratteriale strutturale, ma più realisticamente di immaturità. Gli educatori devono metterla in conto come caratteristica fisiologica di questa fase evolutiva, relazionandosi in modo adulto ed educativo, e consentendo loro di assumersi la responsabilità delle conseguenze positive e negative delle proprie azioni. È solo sperimentando in prima persona, che si comprende profondamente, si elabora e si cresce. Quindi il percorso adolescenziale, realisticamente parlando, non sarà semplicemente positivo, ma turbolentemente positivo.

    L’adolescenza può essere vista come una fase di transizione critica, caratterizzata da fluttuazioni emotive, sfide e sviluppi significativi. Per facilitare il processo di crescita dall’infanzia all’età adulta, è essenziale comprendere e accettare questo percorso. Essere preparati psicologicamente e sostenere adeguatamente i giovani può rendere la maturazione più agevole e accelerare l’acquisizione di autonomia, pensiero critico e responsabilità.

    Il rapporto affettivo tra genitore e figlio si intensifica durante questa fase. Tuttavia, è fondamentale che il genitore mantenga un ruolo adeguato, evitando di assumere funzioni non appropriate come quella dell’amico, dello psicologo o dell’avvocato. Il genitore deve stabilire regole chiare, offrire fiducia, dialogare e condividere esperienze, fornendo spiegazioni sui comportamenti che conducono al successo o al fallimento. Deve inoltre perdonare, insegnare e permettere al giovane di sperimentare autonomamente, avendo fiducia nelle sue capacità. Questo approccio favorisce una crescita costruttiva sia per il genitore che per il figlio, superando le difficoltà tipiche dell’adolescenza.

  • COVID-19 e Salute Mentale

    COVID-19 e Salute Mentale

    Intervista con la dott.ssa Rebuffo Monica

    Condotta da Federica Novelli Presidente dell’Associazione Genitori Attivi

    Domande di interesse psicologico emerse dal sondaggio coi propri associati AGA

    Che cosa ci lascerà psicologicamente tutto questo? Quali danni?

    Il momento che stiamo vivendo, è davvero pesante. Per alcuni più sfortunati, anche fisicamente; per tutti, senz’altro psicologicamente. Questo virus ci ha posto davanti il tema della nostra oggettiva fragilità, della nostra piccolezza e della morte. Ha azzerato in nano secondi tutte le differenze sociali, culturali e di razza. Ha bandito, per sopravvivenza, l’individualismo, richiamandoci ad un senso di comunità e di solidarietà, di accettazione della nostra oggettiva fragilità. Tutto questo ci allontana dal delirio di onnipotenza e di dominio, che la nostra società consumistica e narcisistica ci aveva abituato, fino a qualche settimana fa.

    Se saremo in grado di cogliere questa provocazione, lavorando sul senso di realtà e sull’accettazione dei nostri limiti, allora ne usciremo cresciuti, più consapevoli e adulti e la nostra vita si rimodulerà principalmente su valori collaborativi e di rispetto degli altri.

    Se non saremo in grado di cogliere questa provocazione, e subiremo passivamente il bombardamento stressogeno del pericolo, allora probabilmente matureremo sintomi legati all’ansia, all’irritabilità, all’insonnia e alla depressione e potremmo anche sviluppare un disturbo post traumatico da stress.

     Che futuro ci aspetta? La vita tornerà normale?

    Precedenti ricerche condotte per la quarantena dovuta alla SARS, in Australia e a Taiwan, mostrano come 4 settimane di quarantena bastino a generare nel 28% dei soggetti, sintomi da stress post traumatico.

    Lo stesso studio ci dice che 3 anni dopo la fine della quarantena, il 10% dei soggetti sottoposti al provvedimento dimostravano sintomi di depressione acuta, legati al trauma non curato del periodo dell’isolamento.

    La percentuale di danni psicologici, a carico del personale medico ed infermieristico, è naturalmente ancora più alta, arrivando addirittura al 34 %.

    Affinché la vita ritorni “normale”, e non ci faccia scivolare in sindromi psichiche, e necessario elaborare quello che stiamo vivendo. È indispensabile affrontare, da soli o con l’aiuto di professionisti del settore, i vissuti e le paure traumatiche che abbiamo provato. Più direttamente o marginalmente.

    Se dovessi far riferimento ad un termine, da utilizzare in questa situazione, che può fungere da spartiacque tra un atteggiamento costruttivo e uno meno costruttivo, userei la parola ATTIVO.

    Noi dovremmo vivere questo isolamento, non in modo passivo, come se fossimo in attesa di qualcosa, ma in modo ATTIVO, abitando il nostro tempo e il nostro spazio. Come? Riscoprendo la propria creatività, i propri sogni, l’entusiasmo nel fare le cose. Non si tratta di dover mettere in campo grossi progetti. Per esempio, potremmo impegnarci nell’apprendimento di qualcosa che ci è sempre piaciuto, ma non abbiamo mai avuto tempo da dedicargli. Può essere davvero qualsiasi cosa. Dall’apprendimento di una lingua straniera, facendo un corso online. Al cimentarsi nella cucina. All’improvvisarsi agricoltori o floricoltori sul balcone, facendosi una cultura sulle orchidee, ecc… Qualsiasi cosa ci venga in mente, diventa per noi un’ottima medicina naturale che:

    • ci distrae dal pensiero fisso della pandemia e dalla paura del contagio
    • ci permette di investire pensiero e concentrazione, in una “creazione” … cioè nell’acquisizione di una qualche competenza, che prima in noi non c’era. Questo potrebbe sprigionare vissuti positivi e magari divertenti, a discapito della paura e del panico. In questo modo, attiveremo la nostra GENERATIVITA’ creativa. La nostra capacità di generare vita, nelle idee, nelle competenze, nei progetti … non male in questo momento di paura e di morte!
    • ci pone in un atteggiamento attivo. Avete presente la famosa “goccia nel mare”? Ecco ognuno di noi, non è chiamato a salvare il mare, ma a portare la propria piccola goccia, che si traduce:
    • nella tutela della salute fisica: in un atteggiamento rispettoso delle norme messe in campo;
    • nella tutela della salute psicologica: in un atteggiamento attivo e propositivo.

    Come affrontare l’angoscia e gli stati di panico?

    In questo periodo, così come in tutti i momenti in cui viviamo situazioni di stress o di timore per qualcosa di spaventoso che sta capitando nella nostra vita, è importante imparare a gestire la propria reazione emotiva. Come farlo?

    1. In assoluto, la prima medicina naturale conosciuta e praticata da tutti, è la RESPIRAZIONE. Così imparare a respirare in modo consapevole e profondo riportando l’attenzione su di noi, e appoggiando la nostra paura anche sul corpo, è senz’altro qualcosa di molto, molto utile ed efficace. A questo proposito è possibile scaricare da youtube qualche video che spieghi come praticarla in modo semplice e consapevole.
    2. In linea con questo suggerimento, invito anche alla pratica di semplici esercizi di rilassamento, che facilitino la giusta distanza dalle paure, aiutandoci a non amplificarle.
    3. E ancora, mettiamo a fuoco, quanto sia fondamentale imparare a riappropriarci della consapevolezza del qui ed ora, lasciandoci coinvolgere completamente in quello che stiamo facendo. Per essere presenti nel qui ed ora è importante lasciarsi guidare dai propri sensi, abitando il tempo e non rincorrendolo. Per esempio, se pulisco il fornello, utilizzo tutti i miei sensi coinvolti nell’esperienza, vista, odorato, tatto, udito, per essere davvero presente nella realtà, e non distratta dai miei pensieri e dal mio rimuginare. E così, se guardo un film o leggo un libro, mi sforzo di entrare nella storia lasciandomi coinvolgere completamente…
    4. Quando però l’ansia e l’angoscia ci assalgono, e nonostante i nostri tentativi, fatichiamo a tenerle a bada, è bene rivolgersi al proprio medico di base, che ci guiderà, suggerendoci il supporto farmacologico più adeguato alla nostra situazione.

     Aumenterà la depressione nella popolazione?

    Certamente potrebbe succedere.

    Per questo è importante, se non riusciamo a prevenirla, almeno non trascurarla, chiedendo aiuto precocemente, senza vergognarsi di nulla e senza giudicarsi. Dobbiamo essere consapevoli che forse la più grande conquista di questo momento epocale di crisi mondiale, attivato dal coronavirus, è la consapevolezza della nostra umana fragilità, più ne prendiamo coscienza come elemento oggettivo e liberatorio di realtà, più saremo in pace con noi stessi, in equilibrio e fuori dai sintomi!

     Il rapporto con gli altri ci porterà ad essere più diffidenti per paura del contagio?

    Anche questo è possibile. Succederà, se noi continueremo a gestire la realtà, solamente attraverso il controllo esterno. Chiedendo solo agli altri di tutelarci, attraverso i loro comportamenti e il loro senso di responsabilità.

    Se invece questa esperienza, attiverà in noi un momento di crescita, grazie al quale, impareremo a chiedere anche a noi stessi, di fare la nostra parte attiva, allora più che la PAURA di essere contagiati, vivremo la TRANQUILLITA’ nella nostra prudenza.

    Naturalmente la responsabilità degli altri, abbinata alla nostra, rappresenta l’antidoto più efficace, contro possibili sindromi ansiose e atteggiamenti di chiusura sociale.

    Quali segni di disagio potremo sviluppare ora o nel prossimo futuro, noi e i nostri figli?

    I sintomi che possiamo manifestare, come già anticipato, sono quelli legati all’ansia, al nervosismo, allo stress, alla depressione. Rispetto ai quali è importante chiedere aiuto, affinché non si intensifichino, spingendoci verso un malessere più grande. Quando i sintomi sono acuti può essere importante anche un supporto farmacologico. Ma sicuramente al di fuori del momento acuto, è fondamentale che la persona impari a decifrare e gestire le proprie reazioni emotive, attraverso un percorso di psicoterapia. Allora il malessere può diventare una importante occasione di crescita della persona.

    Perché molta gente si comporta in maniera sconsiderata?

    Questo succede per motivi diversi che hanno a che fare con la nostra maturità di persone e col nostro equilibrio mentale.

    Ci sono persone che deliberatamente sfidano i divieti e le norme, non solo in periodo di coronavirus, e lo fanno: per attirare l’attenzione; per un atteggiamento antisociale; per un atteggiamento autolesionista …

    Dall’altra parte, ci sono persone così spaventate, che per gestire la loro ansia processano in maniera diversa la realtà semplificandola, e quindi sottovalutando i pericoli.

    Mentre i primi usano in modo strumentale una fragilità sociale, per propri bisogni personali.

    I secondi cercano di stare a galla, cercando di gestire le proprie paure. Purtroppo però, lo fanno in modo insufficiente, manipolando a loro volta inconsapevolmente la realtà.

  • IL PANICO a cura di Monica Rebuffo


    Il panico è una reazione che sorge in maniera acuta ed è caratterizzata da improvviso sentimento di paura, associato a tachicardia, sudorazione, difficoltà a respirare, sensazione di confusione mentale e di svenimento.
    Sorge in modo inaspettato, spesso senza che sia possibile identificare alcun evento scatenante, raggiungendo il picco massimo nel giro di dieci minuti.
    Il timore immediato della persona è quello di morire. Anche se in realtà, sotto il profilo fisico, non emerge nessuna compromissione reale, degli organi associati ai sintomi:

    Cuore > palpitazioni
    Gola > soffocamento
    Testa > confusione mentale

    Il disagio si esaurisce del tutto, nel giro di mezz’ora al massimo, ma la sua intensità è tale, che è possibile rimanere sfiniti anche per giorni interi.
    Il significato profondo di una crisi di panico, è quello di incanalare tutti i nostri disagi esistenziali e dar loro voce, per evitare che si trasformino in qualcosa di più grave, come una malattia fisica.
    In questo modo, diamo sfogo ad una grande carica di energia, spesso negativa, che giace dentro di noi e la mobilizziamo, evitando di somatizzarla.
    Il fatto di accumulare molte tensioni e disagi, è tipico delle persone che hanno un grande timore del cambiamento e che non sono disponibili a lasciarsi trasformare, dal fisiologico trasformarsi della vita, delle persone, degli eventi. Al contrario, esse tendono ad “ingessare” emozioni, ruoli, rapporti. Devono tenere tutto rigidamente sotto controllo, al servizio di ideali e moralismi.


    Ecco allora che l’attacco di panico, con le sue caratteristiche di: improvviso, inaspettato, sconvolgente e acuto, “fulmine a ciel sereno”, sconquassa quel rigido e soffocante meccanismo, di apparente calma piatta. Così facendo: 1. offre l’occasione, di rivedere quelle scelte di vita e quei modi di essere, che travolgono e soffocano i nostri desideri più intimi
    2. consente (se siamo disponibili a riconoscere la provocazione che ci lancia), di rimuovere quel gesso sotto il quale palpitano desideri, passioni, emozioni, che spesso costringiamo in un’immagine rigida: l’ideale di noi.


    Non è sano ingabbiare le emozioni, perché con esse viene ingabbiata anche la nostra energia vitale.
    Tuttavia, non è sempre facile arrivare da soli ad una maggiore chiarezza interiore, allora, possiamo ricorrere ad un supporto psicologico, oppure a tecniche di rilassamento, che ci potranno consentire di superare il disagio emotivo e ci insegneranno, come raggiungere un maggior controllo in modo autonomo.


    ED IO SO VIVERE DANDO VOCE ANCHE AI MIEI DISAGI?

  • L’ANSIA a cura di Monica Rebuffo


    L’ansia è una spinta all’azione, all’esplorazione, alla ricerca, è un sentimento comune e universale che ognuno di noi può provare, soprattutto in particolari momenti. E’ proprio l’ansia di conoscere e di imparare, che ci fa diventare più competitivi, che accresce la nostra cultura e le nostre capacità.

    L’ansia, è anche un meccanismo di sopravvivenza costituito da risposte automatiche, corporee e mentali, che ogni animale, uomo compreso, sviluppa di fronte a situazioni di minaccia, di pericolo, di conflitto, che lo aiutano a reagire nella maniera migliore. Per esempio, alla luce di questo meccanismo si spiega quello che, nel gergo comune, viene definito “sangue freddo”. Atteggiamento che molte persone scoprono di possedere in situazioni di emergenza e pericolo.

    Tuttavia, quando questo meccanismo si spinge oltre i limiti che separano, l’azione stimolante da quella inibitrice, esso finisce per diventare patologico. L’ansia diventa allora uno stato d’animo penoso, sempre accompagnato da manifestazioni corporee (tachicardia, oppressione toracica, cefalee, spasmi gastrici, eccetera) e mentali (agitazione,) che a volte compromettono, in modo davvero significativo, la qualità di vita della persona.

    Il tipico paziente ansioso, vive sempre in bilico, accompagnato dal terrore costante di cadere, da un momento all’altro. Il disagio, è la sensazione tipica e costante, che lo accompagna e lo caratterizza. Questa situazione di allerta e paura, spinge la persona all’amplificazione dei suoi vissuti interni, e diminuisce la capacità di ascolto e correzione, che la realtà esterna gli restituirebbe.

    La preoccupazione costante, del pericolo della malattia o della disgrazia, lo rinforza nei meccanismi castranti dell’evitamento. La persona, interrompe così, il sano e produttivo processo di investimento nella vita, che è per definizione crescita e cambiamento, rimanendo incastrato nella ricerca di una omeostasi illusoria. Tutto fermo e cristallizzato.

    Ecco allora che l’ansia, fisiologicamente percepita come meccanismo funzionale alla crescita, quando diventa eccessiva e non accettata si trasforma nel suo opposto, diventando così cristallizzazione e rigidità.


    ED IO, SONO CAPACE A NON AMPLIFICARE I MIEI VISSUTI INTERNI, RIMANENDO IN CONTATTO CON LA REALTA’?