Tag: comunicazione

  • ADOLESCENTI DEL TERZO MILLENIO, CONOSCERLI PER AMARLI

    ADOLESCENTI DEL TERZO MILLENIO, CONOSCERLI PER AMARLI

    Sempre più spesso siamo invasi da notizie di cronaca che ci comunicano dati allarmanti sul malessere dei giovani nella società odierna.

    L’età dei giovanissimi, coinvolti in eventi criminosi e disfunzionali, si abbassa sempre di più. Parliamo di spaccio, rapine, bullismo e cyberbullismo, sino ad arrivare all’induzione al suicidio, autolesionismo, disagio psichiatrico. Dal punto di vista sociologico, gli autori e le vittime di tali violenze non provengono esclusivamente da una specifica fascia della popolazione, quella più problematica; piuttosto, il fenomeno si estende trasversalmente a tutti i livelli sociali.

    Quando si riflette su questi temi, si tende spesso a concentrarsi sulla famiglia e sui genitori. Tuttavia, il fenomeno è più complesso e richiede una comprensione più approfondita del processo di crescita dei figli e dello sviluppo della società.

    Il ruolo della famiglia è estremamente influente alla nascita, ma tende a diminuire gradualmente man mano che i figli si avvicinano all’età adolescenziale. Questo periodo rappresenta la fase in cui i giovani dovrebbero cominciare a elaborare autonomamente le conoscenze acquisite fino a quel momento (regole, valori, competenze) e cominciare ad assumersi la responsabilità delle scelte che compiono e dei comportamenti che adottano. Tuttavia, sebbene il ruolo della famiglia sia fondamentale, non si possono attribuire ai genitori i comportamenti disfunzionali dei figli adolescenti.

    La responsabilità della famiglia è più accuratamente collegata alle carenze educative delle fasi precedenti che, quando presenti, non consentono la crescita e la maturazione psicologica e morale del ragazzo. Per questo motivo non è corretto associare semplicisticamente ai genitori la questione della responsabilità, che deve rimanere chiaramente attribuita ai giovani stessi. Può sembrare una dichiarazione contraddittoria e provocatoria, poiché i genitori effettivamente hanno la loro parte responsabilità. Tuttavia, tale affermazione contiene in sé la chiave per affrontare e compensare le fragilità dei figli e per correggere le nostre carenze educative.

    Riconoscendo ai giovani la loro crescita, gli permettiamo di assumersi la responsabilità dei propri successi e insuccessi, delle proprie debolezze e risorse. Nei percorsi di crescita regolari, li prepariamo per la vita futura; in quelli problematici, li supportiamo nella ripresa dalle cadute, favorendo l’apprendimento dagli errori commessi e promuovendo lo sviluppo di un atteggiamento più responsabile. Investendo in loro, esprimendo fiducia, perdonando gli errori e fornendo suggerimenti per migliorare, anziché giudicarli e sostituirli, offriamo loro l’opportunità di apprendere, di riflettere, di raggiungere obiettivi e di prendersi cura di sé e in seguito degli altri. In questo modo, recuperiamo il nostro ruolo di educatori, senza sostituirci a loro, ma riconoscendo il loro valore intrinseco.

    E ALLORA PERCHÉ, NONOSTANTE LE FAMIGLIE SI MUOVANO BENE SIN DALL’INIZIO O CORREGGANO IL TIRO STRADA FACENDO, LE COSE POSSONO NON ANDARE BENE LO STESSO?

    Gli studi sull’età evolutiva indicano che durante l’adolescenza, l’influenza dei pari rappresenta un fattore determinante per il comportamento dei giovani. Gli adolescenti sono particolarmente suscettibili all’influenza dei coetanei, a causa della loro maggiore sensibilità neurobiologica e della loro vulnerabilità al rifiuto sociale. È stato dimostrato che sono anche più propensi a correre rischi legali e sanitari, per evitare di essere rifiutati dal loro gruppo sociale. Ecco rivelata la causa di tanti comportamenti a rischio. Non dimentichiamo, inoltre, che il cervello degli adolescenti è ancora immaturo, dato che la corteccia prefrontale giunge a maturazione intorno ai vent’anni. Tale parte del cervello è responsabile: della regolazione delle emozioni, dei processi decisionali, della capacità di pianificazione per raggiungere obiettivi realistici, dell’organizzazione e delle competenze pro-sociali.

    In realtà, l’adolescente che cerca sé stesso allontanandosi gradualmente dai genitori, che si integra nel gruppo dei pari, che punta alla sua accettazione sociale e che sperimenta differenti comportamenti, sta seguendo un percorso di sviluppo naturale. Questo comportamento è sano, appropriato e conforme al processo evolutivo previsto.

    Un ragazzo che da bambino è stato sufficientemente educato:

    • alla gestione della frustrazione,
    • all’alfabetizzazione emotiva,
    • all’assunzione delle sue responsabilità, piccole da piccolo e sempre maggiori crescendo,
    • al rispetto degli altri,
    • alla collaborazione e a una sana competizione,
    • alla ricerca del senso della vita

    sarà maggiormente capace di muoversi nel mondo, senza fare gravi danni a sé stesso e agli altri. Lo farà sperimentando, sbagliando, imparando, per arrivare, infine ad affermarsi costruttivamente. Quindi, anche nella migliore delle ipotesi educative, il percorso dell’adolescente e dei suoi genitori non è lineare. Se a queste considerazioni, aggiungiamo ancora la variabile: influenza dei coetanei, ci rendiamo conto come è importante continuare a guidare i preadolescenti e gli adolescenti con regole condivise, limiti chiari e la capacità di risolvere i conflitti, imponendo restrizioni quando necessario.

    La grande influenzabilità dei giovani non parla necessariamente di fragilità caratteriale strutturale, ma più realisticamente di immaturità. Gli educatori devono metterla in conto come caratteristica fisiologica di questa fase evolutiva, relazionandosi in modo adulto ed educativo, e consentendo loro di assumersi la responsabilità delle conseguenze positive e negative delle proprie azioni. È solo sperimentando in prima persona, che si comprende profondamente, si elabora e si cresce. Quindi il percorso adolescenziale, realisticamente parlando, non sarà semplicemente positivo, ma turbolentemente positivo.

    L’adolescenza può essere vista come una fase di transizione critica, caratterizzata da fluttuazioni emotive, sfide e sviluppi significativi. Per facilitare il processo di crescita dall’infanzia all’età adulta, è essenziale comprendere e accettare questo percorso. Essere preparati psicologicamente e sostenere adeguatamente i giovani può rendere la maturazione più agevole e accelerare l’acquisizione di autonomia, pensiero critico e responsabilità.

    Il rapporto affettivo tra genitore e figlio si intensifica durante questa fase. Tuttavia, è fondamentale che il genitore mantenga un ruolo adeguato, evitando di assumere funzioni non appropriate come quella dell’amico, dello psicologo o dell’avvocato. Il genitore deve stabilire regole chiare, offrire fiducia, dialogare e condividere esperienze, fornendo spiegazioni sui comportamenti che conducono al successo o al fallimento. Deve inoltre perdonare, insegnare e permettere al giovane di sperimentare autonomamente, avendo fiducia nelle sue capacità. Questo approccio favorisce una crescita costruttiva sia per il genitore che per il figlio, superando le difficoltà tipiche dell’adolescenza.

  • PADRI E PATERNITA’ a cura di Monica Rebuffo

    PADRI E PATERNITA’ a cura di Monica Rebuffo

    Cosa ci succede quando progettiamo di avere un figlio, quando lo sogniamo o lo vediamo crescere? Quali sono le funzioni di un buon padre? Le caratteristiche che lo rendono tale? Queste e altre domande si affacciano alla nostra mente, quando ci avviciniamo col pensiero o nella realtà, a questa esperienza.

    Il cucciolo dell’uomo, rispetto ad altre specie, ha bisogno di un accudimento decisamente maggiore, che dura per buona parte dell’infanzia, e necessita di un codice materno predominante, che nutre, si prende cura, custodisce e protegge. Crescendo però, è essenziale che il ruolo del materno diminuisca e aumenti quello paterno.

    Tre buoni aggettivi per descrivere il codice paterno sono:

    • Responsabile: sa prendersi cura
    • Coinvolto: sa sperimentare il piacere, e non solo il dovere, di stare col figlio
    • Disponibile emotivamente: sa accogliere

    Il ruolo paterno è cambiato nel tempo: l’autoritarismo dei nostri nonni ha perso di legittimità. Oggi i padri sono alla ricerca di una relazione più serena e intima con i propri figli, che però non deve perdere di autorevolezza. I padri hanno il codice delle norme e delle regole, ma hanno anche quello delle emozioni, dell’intimità e degli affetti. Si differenziano dalle mamme, perché hanno meno ansie protettive e sono più abili nel facilitare i comportamenti di esplorazione del mondo e delle relazioni, permettendo la fuoriuscita dal nido.

    L’ autorevolezza di cui abbiamo parlato, necessita della capacità di esercitare un ruolo di contenimento e di argine, che chiaramente può provocare conflitti coi figli. Questo diventa, molto spesso, il punto di criticità, perché oggi i genitori vorrebbero essere solo amici. Ma i figli hanno bisogno anche di altro, per esempio, della nostra capacità di esercitare una giusta distanza, che non è affettiva ma educativa. Hanno bisogno che i genitori sostengano anche quell’elemento conflittuale che permetta loro di tirare fuori tutte le loro risorse e di farcela.

    Il padre oggi ha a disposizione strumenti più raffinati degli ordini e delle punizioni, ad esempio, le regole e il coraggio del confronto, che può diventare anche conflitto.

    L’adolescente ha necessità di un padre, che sappia comunicare che la regola non è un impedimento, ma la definizione dello spazio in cui potersi muovere liberamente. Se la regola è chiara, adeguata e contestuale, e dagli 11 anni anche negoziata, sarà uno strumento prezioso, per aiutare i figli a diventare autonomi e responsabili.  È il padre che accompagna nelle scoperte, che recupera i figli quando cadono, che li rimette in piedi. Il padre sta accanto senza sostituirsi, permettendo l’esperienza e la sperimentazione, anche fino al fallimento quando è necessario.

    Per poter uscire dalla tentazione del risucchio dell’infanzia, l’adolescente ha bisogno della “resistenza” del padre, che lo conduce a vedere oltre, e a saltare lo steccato per trovare la propria strada. Se non troverà questo argine in famiglia, a scuola, nello sport, in oratorio, si disperderà e non riuscirà a tirare fuori i propri talenti e la propria individualità, e noi non avremmo assolto appieno il nostro ruolo di facilitatori della sua crescita.

    Ai nostri figli, non dobbiamo donare solo amore generalizzato, ma essere in grado di introdurre ciò di cui hanno bisogno, per crescere e diventare autonomi.

  • EMERGENZA EDUCATIVA. A cura di Monica Rebuffo

    EMERGENZA EDUCATIVA. A cura di Monica Rebuffo

    I quattro pilastri dell’educazione che permettono in modo naturale lo sviluppo della persona, dal bambino all’adulto, sono: l’educazione alle emozioni; l’educazione alla frustrazione; lo sviluppo e l’apprendimento di competenze; l’educazione all’interiorità.

    Quando nel processo di crescita manca uno dei punti sopra menzionati, qualsiasi esso sia, trasformiamo la nostra potenzialità educativa in rischio. Pertanto, al bambino mancherà un pilastro portante sul quale costruire la propria persona e la stessa potrebbe risultare fragile o instabile. Quando succede che vengono meno due o più di queste facilitazioni alla crescita, ci troveremo in una situazione di vera e propria emergenza educativa, che renderà più probabile per i nostri bambini e ragazzi, lo sviluppo di problematiche psicologiche e del comportamento.

    Nel momento storico che stiamo attraversando, dove la velocità della tecnologia e l’importanza dell’apparire, stanno sostituendo i naturali tempi di metabolizzazione delle esperienze e la realtà della vita, i passaggi più difficili da attuare a livello educativo sono: la gestione della frustrazione e l’educazione all’interiorità.

    Ma andiamo con ordine.

    1. EDUCAZIONE ALLE EMOZIONI. Promuovere un’alfabetizzazione emotiva permette ai bambini e ai ragazzi di comprendere il proprio mondo interno, di imparare a immedesimarsi negli altri e di sviluppare empatia. L’aiuto dei genitori e degli insegnanti, in questo ambito, può aiutare i ragazzi ad esplorare quello che sentono, a dargli un nome, a guardarlo e affrontarlo se necessario, senza reprimerlo, al fine di permettere la maturazione di individui realmente autonomi e compiuti.
    2. EDUCAZIONE ALLA FRUSTRAZIONE. Goleman, il padre dell’intelligenza emotiva, ci suggerisce come il reale successo di un individuo dipenda dall’incontro tra il talento e la capacità di sopportare la fatica e la sconfitta. Senza fatica non c’è successo. Nella vita reale non è sempre possibile evitare la frustrazione, allora cerchiamo di usarla per rafforzarci, imparando a tollerarla. Il che significa: allenare i nostri bambini e ragazzi: all’attivazione, alla pazienza, all’impegno, all’aiutare gli altri, al fare fatica fisica ed emotiva; ma significa anche: non sostituirci a loro, insegnargli a pensare, tollerare gli errori che compiono quando agiscono, insegnandogli ad apprendere anche attraverso l’insuccesso, non volerli perfetti e totalmente sotto controllo.
    3. SVILUPPO E APPRENDIMENTO DI COMPETENZE. Naturalmente per sentirci capaci e sicuri abbiamo bisogno di sviluppare conoscenze e competenze. Nel percorso scolastico, ma anche in ogni altra situazione di vita, dallo sport al lavoro, dal volontariato alle relazioni sociali, dalla gestione della salute a quella della casa. Tutto è stimolo alla conoscenza. Rinforziamo la loro curiosità e l’iniziativa, e non avalliamo la loro pigrizia.
    4. EDUCAZIONE ALL’INTERIORITA’. I ragazzi crescendo, hanno bisogno di appropriarsi del proprio atteggiamento relazionale, che si esprime nei rapporti con gli altri e con la comunità; ma anche nella relazione con la profondità del proprio sé e con l’altezza di ciò che va oltre la sua realtà empirica, abbracciando l’orizzonte etico-valoriale, fino a raggiungere, per chi sceglie, la relazione con il Tu di Dio.

    Il bambino che diventa ragazzo ha bisogno di sostituire gradualmente il dialogo esterno con le figure di riferimento, con un dialogo interno dove prima di parlare e di agire, si confronta con sé stesso, riflette sui pro e sui contro, sceglie cosa dire e cosa fare. Questo percorso così importante accompagna il ragazzo fuori dall’impulsività dell’infanzia e dell’adolescenza, e gli permette una riflessività che aumenta le possibilità di successo nelle situazioni di vita.

    Come spesso sottolineiamo nelle nostre riflessioni, non è necessario essere genitori perfetti, per facilitare i nostri figli. È sufficiente essere persone autentiche, realisticamente interessate al loro bene, che provano, imparando dagli errori, a fare del proprio meglio, accettando le imperfezioni. Se ci muoviamo con questa umanità, senza trascurare completamente nessuno dei 4 punti elencati, saremo sicuramente dei buoni allenatori nel loro percorso di crescita e, a buon titolo, coautori del capolavoro che possono diventare.

  • DALLA SOLITUDINE ALLA CONDIVISIONE. LA CURA EFFICACE ALLE NOSTRE PAURE. A cura di Monica Rebuffo

    Se vogliamo comprendere il motivo secondo il quale, alcune persone si riferiscono alla solitudine come a uno stato di grazia, mentre altre la percepiscono come uno stato di malessere, dobbiamo conoscere il diverso percorso di queste due generiche categorie di persone.  Possiamo dire che esistono due diversi tipi di solitudine.

    La solitudine bella, intesa come la sensazione di essere soli, ma non sentirsi soli, perché ci si percepisce in compagnia di sé stessi. Accade quando crescendo impariamo a prenderci cura di noi, anche attraverso la riflessione e il dialogo. Questo ci consente di affrancarci dall’impulsività e dall’idealismo dell’adolescenza e di entrare a pieno titolo imperfetto, nel mondo degli adulti.

    La solitudine brutta, intesa come isolamento sociale, nel quale siamo soli e ci sentiamo soli. È una condizione di abbandono, di malessere che può predisporre ad alcune patologie e che colpisce le persone vulnerabili (anziani, malati, separati, lutti) che riescono meno di altre, a rispondere agli eventi avversi della vita.

    Il sintomo principale di questo malessere è rappresentato dalla TRASCURATEZZA, intesa come incapacità di ascoltare, dialogare e prendersi cura di sé. 

    Perché accade questo?

    Quando facciamo fatica ad affrontare e dare un significato ai conflitti irrisolti, alle paure, alle rabbie, alle frustrazioni della nostra vita, tutto questo materiale emotivo non digerito, rimane imprigionato dentro di noi e ci condiziona. Pertanto, metterci in ascolto, significa ricollegarci ai dolori e ai problemi che non siamo stati capaci, né di accettare, né di lasciare andare. Ecco che paradossalmente ci tuteliamo non ascoltandoci. Purtroppo, questa finta terapia, ci fa allontanare sempre di più da noi stessi, versandoci in uno stato di isolamento e di insicurezza.

    Madre Teresa di Calcutta, ci ricordava come il vero disagio dell’occidente non fosse la peste, la lebbra o la tubercolosi, ma l’incapacità di sentirsi amati, valorizzati, apprezzati e connessi con sé stessi e con gli altri.

    È proprio in questa incapacità che si gioca la partita tra la solitudine bella, che ci permette di crescere, di affrontare i problemi e di maturare le nostre parti adulte, coltivando la salute fisica e mentale e la solitudine brutta, che ci fa ammalare nel corpo e nella mente.

    Per colmare questa incapacità, dovremmo riuscire ad abbandonare il nostro isolamento, chiedendo ascolto ed accoglienza. Ma affinché questa richiesta di aiuto sia fruttuosa, è fondamentale che sia impregnata di empatia, comprensione e disponibilità, da parte di chi fornisce questo soccorso.

    Ecco che la condivisione diventa la strada per superare la solitudine, ma solo ed esclusivamente se la persona in difficoltà è in una apertura capace di ricevere e di lasciarsi aiutare e se chi aiuta ha un atteggiamento di autentico bene e interesse per l’altro.

    Seguendo l’insegnamento della vita, comprendiamo come l’amore sia l’unica risposta alla solitudine. L’amore gratuito di chi dona e l’amore di gratitudine di chi riceve. Sono ambedue competenze che se esercitate, allenano entrambe le parti alla crescita. Chi dona ha la stessa dignità di chi riceve, ma un diverso percorso. L’uno aiuta l’altro a migliorarsi e a crescere. Ognuno secondo la propria vocazione e secondo il proprio cammino di vita, rispetto al quale non siamo chiamati a giudicare, ma a fare la nostra parte di amore.

  • Perché scrivere fa bene? A cura di Monica Rebuffo

    Con la scrittura comunichiamo ciò che pensiamo, ma anche ciò che sentiamo. Lo facciamo esprimendo le nostre emozioni, le nostre  sensazioni, i nostri sentimenti. Proprio per questa sua funzione, la scrittura ha un forte collegamento con la consapevolezza di noi stessi, perché per il suo tramite, nel momento in cui ci raccontiamo, noi rendiamo consapevoli gli altri, ma ancora prima noi stessi, di quel che proviamo.

    Nelle situazioni in cui non siamo ancora consapevoli, scrivere ci fa trovare le parole per esprimerci e ci chiarisce sentimenti confusi, incertezze, ambivalenze presenti dentro di noi. Quando siamo bloccati da angosce, tensioni, sentimenti che non riusciamo a tirar fuori, essa può assumere un valore liberatorio e terapeutico.

    Ecco allora che scrivere di sé a sé, consente di individuarci nella realtà, spogliandoci del falso perbenismo e delle aspettative ideali, che in quanto tali, debbono mantenere intatta la loro forma, per l’utilità di darci una direzione, ma non assumere quella della realtà attuale della persona.

    Cominciamo così a relazionarci a noi e non al nostro ideale e anzi, relazionandoci, ci scopriamo e ci individuiamo, chiarendo a noi stessi cosa proviamo e chi siamo.

    Viverci attraverso la scrittura, è come costruirci una stanza tutta per noi, un luogo e un tempo privati in cui entrare in contatto con le nostre emozioni più vere e più sentite. Accettiamo quello che proviamo e diamoci il permesso di vivere anche i sentimenti negativi, che spesso bloccano la libera espressione di noi stessi.  Tutto questo ci consentirà di rafforzare la nostra autostima.

    Da secoli si scrive per superare i momenti di sconforto e per ritrovare se stessi. La scrittura, se adottata con metodo e regolarità, come ha chiarito per primo Freud, è uno straordinario mezzo di riparazione, di ricucitura simbolica di quanto si è lacerato e rotto dentro di noi.

  • Genitori si diventa. A cura di Monica Rebuffo

    Una delle cose che più spesso sento dire, a proposito dell’essere genitori, riguarda la fatica e la frustrazione che questo ruolo comporta. Alle riunioni a scuola, al catechismo, al campo sportivo, non c’è luogo d’incontro per noi genitori dove parlare del costo e della preoccupazione che il figlio rappresenta nella nostra vita, non sia in primo piano.

    Questo accade, non perché non siamo contenti di noi, dei nostri figli o del nostro rapporto, ma perché spesso diamo per scontata la gioia, la soddisfazione e l’amore che ci unisce.

    Al contrario, quando ci poniamo con un atteggiamento positivo, cadiamo spesso nell’esaltazione del piccolo/a (“non per dire ma mio figlio è l’unico capace …”; “lui non attacca mai briga”; “non ha mai rotto un gioco in vita sua”; “è rispettosa e non fa mai i capricci”; ecc.), rischiando di essere emarginati dagli altri genitori, che finiscono per considerarci esagerati e fuori dal mondo.

    Ci sono molti motivi che ci spingono a cadere nell’uno o nell’altro atteggiamento di fondo, ma non è questa la sede di approfondimento di ciò.

    Quello sul quale ci va di soffermarci invece, è l’idea che, tutto quanto rappresenti il positivo, la gioia, la felicità, la capacità, non sia degno di essere riconosciuto e condiviso con i nostri figli, probabilmente perc già soddisfacente e presente. Al contrario, tutto quello che rappresenta il costo, il limite, l’incapacità e l’errore, possa e debba diventare l’unica modalità di espressione e condivisione, probabilmente per migliorare e non perdere di vista la loro crescita .

    Ciò su cui abbiamo riflettuto sino ad ora, riguarda la modalità positiva o negativa di parlare dei nostri figli.

    E se parlare dei loro limiti e delle loro potenzialità non fosse l’unico e il miglior modo? A chi serve? Forse a noi per sfogarci e scaricare la paura di non essere buoni genitori? Per consolarci a vicenda? “Mal comune mezzo gaudio” recita un proverbio.

    Ma allora, se parlassimo di noi -genitori- anziché di loro -figli- descrivendo vissuti, emozioni e pensieri che i loro comportamenti ci suscitano. Non sarebbe forse meglio?

    Nel parlare di noi, cerchiamo di non dare nulla per scontato, specialmente e principalmente la gioia e l’amore di essere genitori.

    Questo è di sicuro il primo passo per costruire un terreno solido su cui appoggiare la nostra relazione. Questa gioia, non la dobbiamo mai dimenticare, neppure quando ci rompono il nostro vaso preferito o quando ci macchiano il muro appena ridipinto o quando scopriamo che hanno marinato la scuola. Anzi, è proprio “lei”, che ci consente di non lasciarci travolgere dalla rabbia o dallo sconforto.

    Cerchiamo di condividere la gioia di essere genitori, con tutti, ma specialmente con i nostri bambini e ragazzi. Facciamogli sentire quanto entusiasmo e quanto amore proviamo per il solo fatto che esistono, piuttosto che limitare il nostro rapporto a premiarli o punirli, in funzione di ciò che hanno fatto (cosa necessaria ma non sufficiente). Facciamo emergere i veri e profondi sentimenti verso di loro.

    Dire un “ti amo” o un “mi piaci” così a sproposito, spesso casualmente, non può far altro che consolidare il terreno sul quale si appoggia il rapporto con nostro figlio. Il terreno, così come il rapporto, dipende anche da me genitore, non solo dai comportamenti e dai modi di essere di mio figlio.

    Proviamo ad ascoltare dentro di noi, quanto bene ci fa stare il sentirci dire spontaneamente: “ti voglio bene”, “sei la/il migliore mamma/papà del mondo”, “sei la più bella e la più brava”, “non ti cambierei con nessuno”, …

    E noi facciamo altrettanto con loro?

    Sono abituata a farlo sentire speciale per il solo fatto che è lui il mio bambino/ragazzo? Non tanto per le sue buone o cattive prestazioni, ma per il fatto di essere se stesso? Di quanta gioia mi dia il solo fatto che esiste?

    A volte ci accorgiamo dell’importanza o della significatività dell’altro quando per qualsiasi motivo si allontana da noi.

    Pro memoria per i genitori

    Oggi, domani e dopodomani, quando sto cucinando, mentre leggiamo insieme una fiaba o quando faccio i lavori di casa, lo chiamo intenzionalmente (se ragazzo: gli mando un sms) e voglio ricordarmi di dirgli:

     

    Bigliettino da compilare e tenere sempre in vista nel portafoglio, per non dimenticare di riconoscere ai figli, tutta la gioia che ci restituisce il solo fatto che esistano